Oggi parlo di una triste vicenda che vide protagonista un cugino dei miei genitori. Di entrambi a dire il vero, dal momento che il sottoscritto ė figlio di due cugini, figli a loro volta di un fratello e di una sorella.

Ma non ė questa la sede per discutere di intrecci coniugali nell’ambito di una stessa famiglia, né di ironizzarci sopra dal momento che l’argomento odierno è tutt’altro che allegro. Allora, ritornando al discorso, lui si chiama Luigi, è nato nel 1921, ed è un militare di professione.
Siamo nei drammatici anni della Seconda Guerra Mondiale, che vedono il paese impegnato al fianco della Germania su vari fronti, contro gli alleati anglo-americani e russi. Dopo i successi iniziali, le armate dell’Asse cominciano ad incontrare le prime difficoltà, non certo per carenza di valore, anzi, notevole è l’impegno profuso dagli italiani in Russia ed in nord africa. Il problema è essenzialmente logistico, cui si aggiunge anche la mancanza di un’azione coordinatrice fra i comandi delle varie forze armate. La carenza di un valido supporto logistico contribuisce inevitabilmente alla debacle italiana, nonostante gli innumerevoli atti di eroismo, imputabili più all’iniziativa del singolo piuttosto che a precise scelte strategiche o tattiche. Epica resta la strenua resistenza della Divisione Ariete sul fronte dell’Africa settentrionale, che impavidamente contrastò l’avanzata britannica nel deserto, subendo disastrose perdite, dovute anche all’approvvigionamento di taniche piene di acqua invece che di benzina.
La storia di mio cugino Luigi è uguale a quella di tanti altri giovani immolatisi sull’altare della Patria, senza neppure volerlo e, forse, senza nemmeno sapere il perché. Ma c’è una cosa diversa in questa vicenda, una cosa che la rende pressoché unica. Luigi aveva una fidanzata, zia Cesira, la chiamo così perché in famiglia ha avuto sempre questo titolo parentale, e durante una licenza la sposò nel 1942, quando lui aveva appena ventuno anni. Purtroppo i matrimoni in tempo di guerra possono rivelarsi labili e poco duraturi per cause di forza maggiore. La loro luna di miele durò solo quindici giorni, poi lui fu costretto a rientrare nei ranghi militari per assolvere al suo dovere di soldato. La sua destinazione era l’Africa del Nord, dove l’avanzata italiana si sarebbe presto arrestata ad El Alamein. Chissà quante promesse si saranno scambiati i due giovani sposi nell’intimo della loro alcova nuziale. Promesse di un rapido rientro alla cessazione delle ostilità che, nei loro sogni, sarebbe avvenuta presto. Promesse di una vita in comune, magari allietata dalla nascita di figli e figlie che, nelle loro speranze, non avrebbero mai conosciuto gli orrori della guerra. Ma l’ineluttabilità del destino aveva deciso ingiustamente la loro sorte. Giunto al fronte, Luigi avrebbe trovato la morte pochi giorni dopo, durante disfatta italiana ad El Alamein, lasciando nella disperazione la sua giovane sposa ed il suo povero padre, fratello di mia nonna paterna e di mio nonno materno, di cui era anche l’unico figlio. Alla madre fu risparmiato anche questo dolore, dal momento che era dipartita tre anni prima.
Una vicenda triste quella di Luigi, triste come quella di tutti i caduti sui campi di battaglia. Le sue spoglie riposano oggi nel sacrario militare di El Alamein, insieme a quelle di tanti altri giovani, come lui mandati ad uccidere altri giovani che neppure conoscevano, o a farsi ammazzare da altrettanto sconosciuti giovani, senza nemmeno provare per loro il minimo odio. Se, come affermava l’antica mitologia nordica, esiste un paradiso, il Wahalalla, per tutti i caduti in battaglia, possa lo spirito di mio cugino e di tutti gli altri che hanno avuto la stessa sorte, indipendentemente dalle bandiere, essere consolato dall’affetto delle Valchirie.
Cosimo Enrico Marseglia

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