La Suprema Corte chiarisce ufficialmente i dubbi circa la presunta abrogazione della normativa istitutiva dei reati connessi con la messa in commercio e vendita di “cibi avariati” da parte della mannaia del “taglia-leggi” Roberto Calderoli” Ministro della Semplificazione o dell’Impunità, come lo avevamo definito due mesi or sono quando il procuratore della Repubblica di Torino Raffaele Guariniello aveva lanciato l’allarme circa il rischio connesso alla soppressione di tali reati a seguito dell’entrata in vigore della legge 246/05 (c.d. “taglia-leggi”).

Con la sentenza n. 9276 emessa dalla terza sezione penale della Cassazione le cui motivazioni sono state depositate il 9 marzo 2011, viene sostanzialmente affermato che le norme contro gli alimenti adulterati. La violazione dell’articolo 515 del Codice penale, che  regola le informazioni sul prodotto, stabilisce che l’etichetta “truccata” può comportare comunque per il commerciante 1.000 euro di multa come già previsto. Secondo i giudici integra la tentata frode in commercio non l’effettiva messa in vendita del prodotto, ma è sufficiente che sia destinata alla commercializzazione la merce che per origine, provenienza, quantità o qualità non corrisponde a quanto indicato, ad esempio, dall’etichetta.
Ma i giudici di legittimità vanno oltre: ai fini della configurabilità del reato non bisogna, infatti, dimostrare che vi sia stata un’effettiva contrattazione fra l’esercente e il cliente e la fattispecie sussiste anche a seguito della semplice esposizione sul banco vendita. Ciò che conta, infatti, è la messa in vendita di aliud pro alio.
I consumatori possono tirare così un sospiro di sollievo sostiene Giovanni D’Agata, componente del Dipartimento Tematico Nazionale “Tutela del Consumatore” di Italia dei Valori e fondatore dello “Sportello dei Diritti”, mentre tutti quei lestofanti che pensavano di farla franca dopo la paventata abrogazione della disciplina sulla tutela della vendita degli alimenti potranno  comunque essere perseguiti. Non ci resta che auspicare, però a questo punto un inasprimento delle pene dalla suddetta legge perché la salute dei cittadini è un bene primario per il quale tutt’oggi appare non sufficiente il deterrente rappresentato dalle esigue sanzioni previste in materia di messa in commercio di cibi adulterati o delle frodi alimentari in generale.

 

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