Su Mondoradio Furio Colombo, membro della commissione parlamentare esteri, dice che sulla questione libica regna la confusione nella politica italiana.
Tutti d’accordo sulla necessità di sortita del leader libico Gheddafi, ma in realtà, come dicono gli esperti di politica internazionale e nonostante la risoluzione dell’Onu per mettere fine ad un regime che dura da più di 40 anni, la sintonia tra i Paesi europei tarda ad arrivare

 Non c’è una leadership per il dopo Gheddafi. Non c’è una guida alla rivolta, regna solo l’anarchia e i cannoni. Questa l’amara realtà che si tende oggi a nascondere sulle pagine e pagine di giornali dedicati alla crisi in Libia. Lo ha dichiarato Furio Colombo, che da esperto in politica internazionale fa un tremendo pronostico:  la vera vittima sarà l’Unione Europea, che spaccata sulle decisioni da prendere tra l’attivismo del “piccolo Napoleone” Sarkozy e il pacifismo opportunista della cancelliera tedesca, si chiede se e quando arriverà la decisione tanto osannata della Nato. “L’Europa soffrirà molto per la perdita d’immagine, perché bisognerà chiedersi che tipo di unione siamo se non sappiamo gestire una situazione simile”. È il fallimento della politica internazionale: si inizia una guerra spacciata per l’ennesima volta per guerra lampo e/o missione umanitaria ma si protrae una situazione lunga e catastrofica. Si teme un’altra Somalia, insomma. Frattini si affretta a precisare che la missione dell’Italia è in sintonia con quella di Londra, che Gheddafi non è così forte da attaccarci, e quindi non bisogna farsi prendere dagli allarmismi; ha detto anche che la Lega ha espresso le sue preoccupazioni per i flussi migratori incontrollabili che già si registrano a Lampedusa e chiede che l’Europa si prenda carico dell’impatto migratorio che non deve finire sulle spalle dell’Italia, della Grecia e di Malta. Il rispetto della No Fly Zone e la missione umanitaria sono gli obiettivi della presenza italiana in Libia. Già, la questione umanitaria che, intanto, assume vaste proporzioni, ma sembra che i numeri siano l’unica preoccupazione  della politica.  A Fatti e opinioni, ieri, sono intervenuti anche il responsabile  nazionale delle “Acli” per l’immigrazione Antonio Russo e Don Tonio Dell’Olio di “Libera”, che hanno sottolineato come il Governo e Maroni parla di 50.000 profughi che troveranno accoglienza, come se si potessero chiudere i rubinetti della solidarietà a coloro che fuggono non solo dalle bombe ma da violenze e soprusi di ogni tipo. “In questa confusione sparisce il diritto di  asilo, i diritti umani vengono calpestati, non si fa differenza tra immigrati clandestini e richiedenti asilo”, afferma Antonio Russo delle Acli, secondo il quale se non ci fossero state le associazioni di volontariato lo Stato sarebbe crollato, l’aiuto, l’accoglienza, il riconoscimento dei diritti posti in essere dal Terzo Settore dovrebbe fornire un modello di sviluppo e di relazione tra i popoli.
Don Antonio Dell’Olio di “Libera” pensa che le decisioni prese sulla Libia fanno l’effetto della benzina sul fuoco; la politica militare ha preso il sopravvento sulla diplomazia, così come è accaduto in Iraq e Afghanistan: “non abbiamo messo le Nazioni unite nella condizione di attrezzarsi, con la forza di polizia internazionale prevista dall’art. 43 della Carta delle Nazioni Unite. Ora è più difficile venirne fuori, si è precipitati nelle sabbie mobili di una guerra. Temo che lo scenario libico sia più arduo di quello afghano”. Lo pensa anche Gino Strada di Emergency: “c’erano 20.000 autostrade da prendere, ma si è scelta la strada della guerra; si potevano aspettare gli ispettori Onu, ma da questo organismo, ormai, si vuole solo l’autorizzazione a bombardare”. E su Gheddafi taglia corto: “bisognava non sostenerlo, non vendergli le armi, non tacere sui crimini commessi, come si continua a fare in tanti altri teatri, Barhein, Cina, Algeria, Darfour.

 

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