Nate dalla costola di Adamo, secondo l’Antico Testamento, ma preistorico simbolo di fertilità; emblema della famiglia ma anche del peccato originale; lodate dall’Amor Cortese nel Dolce Stil Novo, ma tacciate di stregoneria dopo neanche un secolo.

Ancora vittime di pregiudizi tutti racchiusi nell’epiteto “il sesso debole”, ma alle volte troppo emancipate da aver quasi perso il fascino del mistero. Come diceva Oriana Fallaci “Essere donna è così affascinante. È un’avventura che richiede un tale coraggio, una sfida, che non finisce mai”.

Coco Chanel

Non vantava dei lineamenti delicati, ma la sua bellezza voluttuaria lasciava a bocca aperta tutti gli uomini; non si distingueva per la sua voce da usignolo, ma da giovane per mantenersi era una poseuse nei cafè parigini; a suo dire non sapeva neanche tenere un ago in mano eppure ha creato la moda… l’elenco delle contraddizioni che hanno scandito la vita e l’anima dell’icona della moda e della libertà, Coco Chanel, potrebbero riempire interi libri.

Figlia di un vagabondo, un mercante che migrava di fiera in fiera, e di una madre succube di un compagno mai presente e donnaiolo, Gabrielle nasce nel 1883 e si ritrova a soli 12 anni, dopo la morte della madre e l’abbandono del padre, a vivere in un orfanotrofio con la sorella fino alla maggiore età.
Qualsiasi donna avrebbe forse cercato un uomo da sposare, ma non lei, alla costante ricerca della sua affermazione che la vedrà frequentare i cafè parigini, canticchiando ogni sera la canzone che le darà il soprannome, “Qui a vus Coco dans le trocadéro?”
Prima Etienne Balsan, un ufficiale che spiccava per generosità più che per bellezza, poi Arthur Capel, un industriale di Newcastle, le permisero di dare forma a tutte le innovazioni che aveva in serbo, finanziando la sua attività di stilista, che nel 1910 si legò indissolubilmente al magazzino sito al numero 21 di rue Cambon, che da lì a poco sarebbe diventato la Maison Chanel.

Non la fermò neppure la Prima Guerra Mondiale, la sua voglia di riscattarsi dalla sua triste infanzia, sulla quale comunque vige un alone di mistero, ma che rappresentava un’onta sulla sua persona e che non le permise di far parte totalmente dell’alta società con la quale aveva a che fare, era una spinta costante per la sua anima ribelle e anticonformista. Una donna determinata, forte e caparbia che trovò la forza di rialzarsi e di buttarsi a capofitto nelle sue creazioni persino dopo la terribile e accidentale morte dell’uomo della sua vita, Capel, rimasto suo amante nonostante avesse ceduto alla convezioni, sposando una giovane inglese di alto rango.

Non si fece mancare nulla, per portare avanti un’operazione di spionaggio a scopi pacifisti finì persino in carcere a causa di contatti intrapresi con degli ufficiali delle SS. Frequentò gli artisti più in voga tra cui Picasso, Paul Morand, Jean Cocteau, Max Jacob; ebbe diverse relazioni sentimentali con gente del calibro di Igor Stravinsky, il granduca Dmitri Pavlovitch, cugino dello zar Nicola II, e ancora Hugh Richard Arthur Grosvenor, noto come Bendor, nonché duca di Westmister, ma celebre è la sua affermazione che ben esprime il suo animo, che la portò tra l’altro a morire in solitudine nel 1971, dopo aver vinto anche l’oscar della moda, il premio Neiman-Marcus Award: “Un uomo può indossare ciò che vuole. Resterà sempre un accessorio della donna.”

Se si dovesse affiancare un verbo al suo nome, certamente si sceglierebbe il verbo “creare”, non solo perché è la madrina del tailleur, dei pantaloni a sigaretta, del total look, del profumo per eccellenza, Chanel N° 5, ma perché ha creato una femminilità diversa che si accentuava attraverso l’uso di capi allora giudicati mascolini, perché ha dato nuova vita al corpo delle donne che ai primi del Novecento ancora era ingabbiato in vestiti fastosi, perché ha fatto della sua vita la sua opera d’arte più grande dando vita al mito di Mademoiselle Coco.

Informazioni tratte da:
Lami, Antonazzo, Lucchetti, Coco Chanel, 2004, Milano, Edizioni Mondadori.

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