Nate dalla costola di Adamo, secondo l’Antico Testamento, ma preistorico simbolo di fertilità; emblema della famiglia ma anche del peccato originale; lodate dall’Amor Cortese nel Dolce Stil Novo, ma tacciate di stregoneria dopo neanche un secolo.

Ancora vittime di pregiudizi tutti racchiusi nell’epiteto “il sesso debole”, ma alle volte troppo emancipate da aver quasi perso il fascino del mistero. Come diceva Oriana Fallaci “Essere donna è così affascinante. È un’avventura che richiede un tale coraggio, una sfida, che non finisce mai”.

Virginia e le altre: quando il “nom de plume”era, spesso, garanzia di riuscita per entrare nel circuito letterario
Ne è passata di acqua sotto i ponti da quel lontano ottobre del 1928, quando Virginia Woolf annotava nel suo “Diario di una scrittrice”, divenuto, poi, il famoso saggio romanzato “Una stanza tutta per sé”: “Intelligenti, avide, destinate a diventare nugoli di maestre. Ho detto loro, pacatamente di bere vino e di procurarsi una stanza tutta per sé”, a proposito di due conferenze su “Le donne e il romanzo”, tenute alle studentesse del Newnham e del Girton College di Cambridge.
Definita la madre spirituale di tutte le scrittrici moderne,Virginia Woolf, chiedendo una stanza tutta per sé, in senso metaforico, ma non solo, poteva apparire una snob, e per alcuni aspetti lo era, anche se nulla si può togliere alla forza simbolica della sua incitazione. Ma proprio riflettendo sulle donne scrittrici, elenca tutto quello che era mancato loro per poter scrivere. E poi cosa dire delle madri, delle madri, delle madri e delle madri … delle nostre madri?, visto che la Storia le nomina appena e andando indietro nel tempo, oltre il 1700, non c’è che il vuoto?
È innegabile, dunque, che le vite di quelle donne sono state sempre oscure e sono ancora tutte da annotare e che quasi nessuna abbia lasciato traccia di sé. Per cui la biblioteca sognata da Virginia, quella delle scrittrici, non c’era. O meglio, era fatta di scaffali quasi vuoti, che il suo sguardo inquieto percorreva senza smettere di interrogarsi sul perché di quella assenza.
E con quanto accoramento e provocazione,durante quelle Conferenze aveva detto:“ragazze,siete vergognosamente ignoranti. Non avete scritto i drammi di Shakespeare. Come vi giustificate? È facile dire indicando le strade, le piazze, le foreste del globo gremite di abitanti neri e bianchi e color caffè, tutti freneticamente indaffarati nel commercio, nell’industria e nell’amore: abbiamo avuto altro da fare. Senza la nostra attività, nessuno avrebbe solcato questi mari, e queste terre fertili sarebbero state un deserto. Abbiamo partorito, allevato e lavato e istruito, forse fino all’età di sei o sette anni milleseicentoventitremilioni di esseri umani, che secondo le statistiche, sono attualmente al mondo. C’è del vero in quel che dite, non lo nego. Comunque dovete ammettere che la scusa di mancanza di opportunità, di preparazione, di incoraggiamento, di agio e di denaro, non regge più. Perché credo che se ognuna di voi ha 500 sterline e una stanza per sé, se abbiamo l’abitudine alla libertà e il coraggio di scrivere esattamente ciò che pensiamo, se usciamo un po’ dal salotto comune e vediamo gli esseri umani in relazione con la realtà, se vediamo che non c’è alcun braccio a cui appoggiarci, ma che camminiamo da sole, allora l’opportunità si presenterà e quella poetessa morta che era la sorella di Shakespeare e che non scrisse mai una parola, vivrà in voi e vivrà in me, e in molte altre donne che non sono qui stasera, perché stanno lavando i piatti e mettendo a letto i bambini. Ma lei vive: perché i grandi poeti non muoiono, ma sono perenni; hanno bisogno di un’opportunità per tornare fra noi”.
Eppure, forse più di quanto Virginia supponesse, le donne scrivevano. Sicuramente se si potesse tracciare la storia sommersa di tante abitate dal dèmone della scrittura, ma costrette a recitare il ruolo dell’angelo del focolare o magari della prostituta o dell’odalisca, si disegnerebbe una strana topografia dei luoghi, più o meno segreti, o comunque poco canonici, in cui questi angeli o dèmoni si nascondevano per riempire pagine bianche di racconti, favole, pensieri, sogni… non importava dove: cucina o soffitta, cantina, bagno, stalla o fienile, boudoir o serra che fossero e avanti così. I luoghi non avevano importanza, essenziale era sfuggire alla condanna sociale, spietata, dove “c’era più disonore per una donna a scrivere che a fare altre stupidaggini”. Un atto accompagnato dal senso del proibito, poiché il rischio era che con la scrittura, l’altra metà, operava una rivoluzione molto pericolosa per lo scardinamento del ruolo sociale e familiare.
Emblematico il famoso “Quaderno proibito” di Alba De Cespedes. La protagonista, Valeria, scrive di notte, in cucina, su un quaderno che alla fine della storia brucerà, perché costretta ad accettare a tempo pieno il nuovo ruolo di nonna.
D’altro canto “Jane Austen doveva nascondere sotto un libro i suoi scritti, se entrava qualcuno e, Charlotte Brönte “si interrompeva di continuo per pelare le patate” ricordava la stessa Woolf. E chissà quanti capolavori sono andati perduti in questo giocare così poco giocoso. Ma c’è anche da dire che molte utilizzavano pseudonimi, per nascondere il carico di sentimento e di eros, nonché un certo emancipazionismo, che, altrimenti, avrebbe scandalizzato negli ambienti di provenienza.
La stessa Grazia Deledda raccontava che dopo aver scritto le sue storie di grandi passioni, la gente di Nuoro, le cucì addosso la fama di ragazza poco seria che non si sarebbe sposata mai. Così Rina Faccio, agli albori del novecento, si ricostruì una vita grazie allo pseudonimo di Sibilla Aleramo con cui firmò il suo “Una donna” che le costò la separazione coniugale e soprattutto l’abbandono del figlio. Per Caterina Albert y Paradis, grande scrittrice catalana che firmò quasi tutti i suoi numerosissimi romanzi come Victor Català, era chiarissima la spinta all’uso dello pseudonimo, quando scriveva ad un amico: “La grande maggioranza ignorante rozza, alla donna che scrive, la priva subito dopo della qualità di donna di casa (che a me piace molto) e la trasforma in una sorta di gallo senza cresta, omaccione o amazzone”.
L’uso come dicono i francesi, di un “nom de plume”, quindi, era spesso garanzia di riuscita. Per entrare nel circuito letterario almeno altre due strade erano aperte: legarsi ad uomini importanti, così Elsa Morante e Dacia Maraini, al loro esordio, con Moravia; oppure porsi clamorosamente al di fuori delle regole, come Lou Andreas Salomè, propugnatrice dell’amore libero accanto a Friedrich Nietzsche e Paul Ree ed ancora, negli anni trenta, Anais Nïn con Henry Miller.
D’altra parte la maggioranza delle donne non erano né prostitute né cortigiane. Erano strane creature: di enorme importanza nell’immaginario maschile, musa ispiratrice, dea, eroina. Del tutto insignificante, nella realtà, relegata in casa e strapazzata, non sapeva quasi leggere, scriveva a malapena, passando da proprietà del padre a quella del marito. Ed oggi, quello che Virginia chiedeva in quei pomeriggi autunnali si è realizzato? Innegabilmente sì, anzi molto più di quanto auspicasse, ma non dagli studenti dei prestigiosi collège, bensì da una generazione di studiose, soprattutto, del mondo occidentale. L’altra metà del cielo, ha ormai riempito gli scaffali delle librerie di tanti libri, quanto quelli degli uomini, e non si occupa solo di romanzi o diari o lettere sparse, ma di arte, filologia, storia, filosofia e scienza; nella letteratura non è più come una mosca bianca, ma una realtà forte, ricca di consapevolezza del proprio ruolo innovativo. Sono tantissime le scrittrici, anche se sono rimaste fuori dell’antologia, le cui pagine non parlano solo alle donne, ma si aprono ad un confronto. Resta comunque, di fatto, che questo incontro con “Virginia e le altre”, più che un breve percorso storico, si è rivelato un vero e proprio vagabondaggio, poiché la storia della scrittura delle sue “figlie” e di tutte quelle meno famose “sorelle” è ancora tutta da scrivere.

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