Niccolò era nato nel 1720 e proveniva da un’antica famiglia di origine veneta, appartenente al patriziato veneziano, che aveva dato diversi personaggi illustri alla Serenissima. Un ramo del casato si era trasferito in Puglia nel XVI secolo, stabilendosi in una cittadina poco distante da Bari.

Non si sa bene per quale motivo, divenuto adulto Niccolò si trasferì in Lecce, città nella quale conobbe una donna di nome Irene, appartenente alla nobiltà leccese e più giovane di lui di tredici anni. Non posso affermare se per amore o per interesse, come spesso accadeva all’epoca, ma forse per entrambi i motivi, nel 1747 i due convolarono a nozze. Dal matrimonio nacquero tre figli, una bambina che però visse solo quattro anni, un maschio, più giovane di due anni, ed una seconda bambina cui fu dato il nome della sorella prematuramente scomparsa e che non ebbe migliore fortuna poiché si spense pochi mesi dopo la sua nascita. Nonostante tutto la discendenza era assicurata dalla sopravvivenza del figlio maschio e, se non fosse stato così, nessuno avrebbe mai letto gli articoli che il sottoscritto scrive settimanalmente per la gioia, spero, dei lettori di corrieresalentino.it.
Niccolò aveva non so bene quali intrallazzi di natura politica, oltretutto non so nemmeno che tipo di politica si facesse in quell’epoca, anche se credo che fosse comunque una cosa non eccessivamente edificante, come oggi del resto. Fatto sta che ad un certo punto Niccolò cominciò ad avere seri problemi. All’epoca non si trattava di scandali di vario genere che riempivano i rotocalchi per qualche settimana, per poi scomparire nelle nebbie dell’oblio come accade oggi, tutt’altro, un problema politico poteva comportare lunghi anni di prigionia o addirittura la morte. Per sfuggire ad un non gradito processo, nel 1754 Niccolò fuggì da Lecce andandosi a rifugiare in Russia. La cosa, tuttavia, sembra che gli permise di progredire nella carriera poiché dopo qualche anno, entrato nelle grazie dello zar, fu inviato da questi come commissario a Corfù, avvicinandosi così alla sua amata patria. La lontananza però, specialmente in quell’epoca quando non c’erano telefoni, fissi o mobili che fossero, e le comunicazioni erano affidate ad epistole saltuarie, non ha mai giovato alle coppie. Così Irene, rimasta sola, dopo i primi tempi di dolore per l’assenza del consorte, pensò bene di consolarsi con un altro.
Un bel, o forse sarebbe meglio dire un brutto giorno, Niccolò rientrò a Lecce perché probabilmente non correva più nessun rischio di processo e, tornato a casa, si accorse dell’esistenza del terzo incomodo. Fu così che, non sopportando l’idea del tradimento e dell’onore perduto, prese la decisione di dipartire volontariamente da questa valle di lacrime nel modo più caro alla filosofia degli stoici. Non chiedetemi quale sistema scelse per togliersi la vita perché non lo so e non voglio saperlo, l’unica cosa certa è che lo fece. Ognuno tiri le sue conclusioni sull’accaduto, personalmente preferisco chiudermi in silenzio stampa.

Cosimo Enrico Marseglia

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