Oggi continuo a parlare di mio nonno paterno e degli eventi successivi al suo matrimonio con mia nonna.
Lasciata la carriera militare e convolato a giuste nozze con la donna della sua vita: mia nonna, mio nonno, anche lui diplomato all’Istituto Magistrale, divenne insegnante elementare come la moglie.

Con l’ascesa del Fascismo, aderì subito al nuovo regime, ricoprendo incarichi di una certa importanza in seno al partito unico: fu il primo segretario politico del Partito Nazionale Fascista del paese, costituito il 13 dicembre 1925, mentre dal 31 gennaio 1928 fu Giudice vice-Conciliatore del comune e, nello stesso periodo, Commissario dell’Opera Nazionale Dopolavoro, nel cui ambito operava una Filodrammatica con la quale si cimentava nella regia teatrale, portando in scena alcune rappresentazioni, fra cui anche la “Passione, Morte e Resurrezione di Gesù” del Salicandro. Nel 1937 fu di nuovo segretario politico del partito, epoca in cui era anche al comando del Presidio della locale Milizia Fascista, inquadrata nella 154° Legione Camicie Nere, col grado di Centurione, in seguito promosso Seniore. Verso la fine degli anni ’30 cominciarono alcuni problemucci, in seguito all’entrata, in seno al partito, di alcuni ricchi possidenti terrieri che perseguivano meri interessi personali piuttosto che quelli dello Stato. Mio nonno apparteneva alla corrente di Starace, quella del Fascismo delle prime ore per intenderci, che difendeva sindacalmente gli interessi delle classi lavoratrici. Inevitabilmente entrò in attrito con un suo lontano cugino che, invece, apparteneva alla corrente dei fascisti dell’ultima ora, quelli entrati nel partito per interessi personali e che sottopagava i dipendenti. Lo scontro fra i due fu inevitabile, non solo sul piano familiare ma principalmente su quello politico.
Una mattina, durante l’inaugurazione del nuovo edificio scolastico, mentre era alla testa dei reduci della Grande Guerra, della cui associazione era il presidente nonché fondatore della locale sede, si vide avvicinare da alcuni dirigenti provinciali del partito che gli ritirarono la tessera. Mia nonna, poco avvezza a tollerare ingiustizie in genere, figuriamoci poi in famiglia, scrisse una lunghissima lettera di quattordici pagine direttamente al Capo del Governo, esponendo la sua versione dei fatti. La risposta arrivò direttamente per mano di Benito Mussolini che, prontamente, aprì un’inchiesta per appurare il reale svolgimento dei fatti, dal momento che appariva realmente strano che un soggetto così fedele al regime potesse aver commesso qualcosa di tanto grave da comportare la sua espulsione dal partito.
Intanto, con l’aggressione tedesca alla Polonia, il 1 settembre 1939 cominciava il Secondo Conflitto Mondiale e dopo poco più di otto mesi anche l’Italia entrava in guerra. Mio nonno scelse di partire con l’esercito piuttosto che con la milizia poiché, avendo prestato giuramento di fedeltà al sovrano, si sentiva maggiormente legato a questi. Fu richiamato alle armi il 26 febbraio 1941 presso il Deposito 48° Fanteria Bari, col grado di Capitano, promozione conferita con R.D. del 10 aprile 1930, con anzianità 1 gennaio, cui era seguito un corso di istruzione dal 22 luglio al 10 agosto 1931. In data 11 luglio 1941 veniva assegnato al 159° Fanteria e, con successivo R.D. del 24 agosto dello stesso anno, era promosso Maggiore con anzianità 1 gennaio 1940.
Nel frattempo si concludeva l’indagine disposta da Mussolini, che scagionava completamente mio nonno dalle accuse volte ad estrometterlo dal partito. Una mattina, alcuni commissari provinciali del partito si presentarono nell’aula dove insegnava mia nonna, comunicandole che l’equivoco era stato chiarito e che mio nonno poteva andare alla sede provinciale a ritirare la tessera. I gerarchi, però, non conoscevano la tempra della mia ava che per tutta risposta sentenziò: “Forse lor signori non hanno ancora capito nulla. La tessera deve tornare a casa nello stesso modo in cui è uscita,” che tradotto in termini spiccioli significava: “Andate a prendere la tessera e recapitatela voi a casa.” Forse a quell’epoca i dirigenti di partito erano più corretti e propensi ad ammettere le loro colpe, di quelli odierni perché, dopo pochi giorni, provvidero a recapitare di persona la tessera, direttamente al domicilio.

Cosimo Enrico Marseglia

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