Vignetta Massimo Donateo“allo specchio”: guardarsi allo specchio non per compiacerci come Narciso, ma per conoscerci  osservandoci; per ipotizzare motivi alla base dei comportamenti e delle modalità con cui ci poniamo in relazione con gli altri, con noi stessi, con gli oggetti; per comprendere il senso di alcuni modi di dire, di gesti e mimiche che esprimiamo, di posture che assumiamo.

La fissa del rituale

Mentre ci recavamo, mia moglie ed io, dagli amici per unirci al loro dolore per la perdita di una persona cara, evitavamo di parlare e costruivamo, più o meno consapevolmente e ciascuno per suo conto, sulla base delle nostre esperienze della morte, uno schema di riferimento che ci avrebbe permesso di entrare in contatto con le persone che avremmo incontrato. Abbiamo entrambi capacità empatiche e l’empatia è la disponibilità a mettersi dalla stessa parte di chi soffre o gioisce. Chi possiede questa capacità richiama spontaneamente le esperienze di dolore o di gioia, costruisce una mappa cognitiva, cioè il terreno sul quale incotrare la persona che soffre o che gioisce. In questo senso l’empatia è autentica, ma – ciò è importante – rimane circoscritta all’incontro.
Quando arrivammo ci trovammo immersi in una di quelle situazioni che impediscono proprio il dolore. Molte persone: alcuni che bisbigliavano sia pure rispettosamente, tutte che riempivano senza soluzione di continuità l’ingresso del palazzo, le scale, il pianerottolo, la porta d’ingresso spalancata, e via via si infoltivano nell’appartamento, nell’ingresso, nel corridoio, fin nelle stanze interne. Rimanere sul terreno d’incontro con gli amici stava diventando uno sforzo per non lasciarci distrarre dai microeventi di un assembramento silenzioso, da volti familiari che non fossro quelli degli amici che cercavamo. Andavo avanti perché conoscevo l’appartamento e mia moglie mi seguiva finché non si impose il volto di Antonio proprio sulla soglia della stanza dove, presumibilmente   dalla postura della gente che vi sostava, si trovava la salma di sua madre. Stringemmo forte Antonio in un abbraccio e rimanemmo lì. Ben presto anche noi fummo oggetti senza senso per la gente che veniva ad abbracciare l’amico. Avevamo trovato alcuni spazi che ci permettevano di non essere oggetti di impaccio, che potevano costituire motivo di disturbo. Avevamo caldo e cominciammo a bisbigliare. Mi tolgo il cappotto? Non è il caso. Andiamo giù? Aspettiamo. Chi o cosa? II sacerdote.
II sacerdote giunse, insieme ad altri che lo precedevano e altri che lo seguivano.
Fu come un sasso che scompiglia la quiete di uno specchio d’acqua: uno scalpiccio diverso, movimenti veloci  quasi frenetici di chi ha poco tempo, persone diverse, immagini nuove produssero un  disordine improvviso. Poi rapidamente tutto si ricompose, ritornò il silenzio e restammo ad ascoltare il mormorio sommesso delle preghiere. Sembrava che la situazione  stesse evolvendo per favorire la necessità di tutti di essere vicino a chi soffriva.
Durò poco: gli eventi ci spinsero lungo i corridoi, fuori di casa, per le scale. Gli eventi si succedevano rapidamente ed erano sempre essi a sospingerci, a trascinarci fino al momento in cui la bara non fu collocata nell’automobile da braccia esperte e  l’automobile partì.
Nella chiesa, poco lontana, dove entrammo per ricongiungerci con gli amici addolorati, tutto il gruppo si ricompose e sembrò ristabilirsi di nuovo l’armonia.
Ma al discorso del sacerdote presi coscienza che per la terza volta gli eventi e gli uomini che li gestivano ci  stavano impedendo di entrare in contatto con gli amici.

II sacerdote sembrava ripetere senza fine lo stesso concetto svuotandolo di significato. Il senso delle frasi veniva annullato da mimiche e gesti stereotipati.
Non sarei più riuscito a immedesimarmi nell’amico, mi rendevo conto che era uno sforzo eccessivo e non era più autentico, e che probabilmente era così per tutti. Ci stavamo uniformando al modello che avevamo davanti. Insomma gli eventi avevano distolto me e mia moglie e tutti quelli come noi dal desiderio di comunicare in modo autentico con gli amici.
Nella casa di Antonio avevamo tentato di annullarci proprio perché impossiblitati a rimanere abbracciati all’amico, volevamo imporci una compostezza interiore e una uniformità: essere come lui, sentire come lui.  Io sono qui, Antonio, ma non esisto come Maurizio, come Riccardo, o Angela o Maria, perché voglio essere come te, Antonio.
Non ci eravamo riusciti, ma il tentativo era stato autentico. Poi una serie di eventi non più micro, piuttosto notevoli, fortemente disturbanti, avevano a poco a poco avuto ragione del nostro bisogno di contatto, fino a che nell’ultima fase, dove forse avremmo potuto recuperare questo bisogno, raccolti nella navata di una chiesa, ci eravamo invece completamente trasformati in statue di cera.
Il dolore non può essere distratto da situazioni che si scompongono e ricompongono,  da toni e gesti senza senso, perché si nutre di poche, semplici circostanze. Ma noi  esseri umani abbiamo la fissa del rituale che sgretola le  emozioni e toglie autenticità a ciò che facciamo.

 

NESSUN COMMENTO

LASCIA UN COMMENTO

quattro × cinque =