Anche il mondo della scuola risente dell’aumentato tasso di litigiosità giudiziaria che caratterizza i tempi moderni. Sono, infatti, innumerevoli i nuovi processi che ogni anno coinvolgono le scuole italiane.

In discussione è quasi sempre la condotta di mancata vigilanza da parte dei docenti su alunni che, mentre sono “affidati” alla loro sorveglianza, provocano danni a se stessi o ad altri (compagni o terze persone).
In tema di responsabilità dei maestri o, più in generale, degli insegnanti, il nostro codice civile prevede che “i precettori e coloro che insegnano un mestiere o un’arte sono responsabili del danno cagionato dal fatto illecito dei loro allievi e apprendisti nel tempo in cui sono sotto la loro vigilanza. Le persone indicate dal comma precedente sono liberate da responsabilità soltanto se provano di non aver potuto impedire il fatto”. Il nostro codice civile, insomma, relativamente ai danni provocati dagli alunni, pone a carico degli insegnanti una presunzione di colpa: essi sono ritenuti direttamente responsabili di ogni danno provocato dai soggetti sottoposti alla loro vigilanza salvo che non provino di non aver potuto impedire il fatto.

Dei suddetti danni essi rispondono a titolo di cosiddetta culpa in vigilando, rinvenibile nel negligente adempimento dell’obbligo di sorveglianza sugli allievi. La responsabilità degli insegnanti, in altri termini, sussiste:
– per tutti i danni provocati dall’alunno nell’arco di tempo in cui resta “affidato” all’istituzione scolastica, e quindi dal momento dell’ingresso nei locali e pertinenze della scuola sino a quello dell’uscita, compreso anche il tempo dell’eventuale trasporto da casa a scuola e viceversa, se organizzato in proprio dall’istituto, ed anche al di fuori dell’orario scolastico, se è stato consentito l’ingresso anticipato nella scuola o la sosta successiva (entro tale lasso di tempo rientrerebbero, perciò, non soltanto i momenti in cui si svolgono le attività strettamente didattiche, ma anche tutti gli altri momenti della vita scolastica, ivi compreso quello della cosiddetta ricreazione, lo spostamento da un locale all’altro della scuola, il servizio di mensa , le uscite, i viaggi di istruzione, ecc.);
– a meno che l’insegnante non dia la prova di non aver potuto impedire il fatto.
Quello esposto è il quadro che riviene dal codice civile del 1942. Ma bisogna dire che ad esso è venuta a sovrapporsi una legge nel 1980 che ha “alleggerito” notevolmente la responsabilità degli insegnanti così come prevista dal codice civile, “trasferendola” in gran parte a carico dell’Amministrazione scolastica. In virtù di tale legge, nelle ipotesi in questione, di fatti dannosi commessi dall’alunno a se medesimo o ad un terzo, l’Amministrazione scolastica si surroga al personale docente nella responsabilità civile. In altri termini, il genitore dell’alunno danneggiato, al fine di ottenere il risarcimento del danno, deve citare, davanti al tribunale civile, l’Amministrazione scolastica e non il singolo insegnante, sebbene poi, qualora ci sia stato nel caso concreto dolo o colpa grave dell’insegnante, l’Amministrazione scolastica eventualmente condannata al risarcimento dei danni in favore del danneggiato con sentenza del Giudice civile, potrà rivalersi nei confronti dell’insegnante, davanti alla Corte dei Conti, avendo il suo comportamento causato un danno economico all’Amministrazione scolastica (equivalente all’importo monetario corrisposto all’alunno a titolo di risarcimento dei danni). A tal proposito, va tenuto presente che i giudici tendono a considerare la mancata sorveglianza durante la pausa di ricreazione come un’ipotesi di colpa grave dell’insegnante, poiché in tale periodo è richiesta una maggiore attenzione dello stesso, per la prevedibile esuberanza degli alunni che determina maggiori rischi di eventi dannosi.

Da ultimo va sottolineato che l’affidamento dei figli minori all’amministrazione scolastica, non esclude la responsabilità dei genitori per il fatto illecito da quegli commesso: l’affidamento a terzi solleva il genitore soltanto dalla presunzione di colpa in vigilando, non anche da quella di colpa in educando. I genitori restano tenuti a dimostrare di aver impartito al minore un’educazione adeguata a prevenire comportamenti illeciti e, quindi, di avere impartito al figlio un’educazione normalmente idonea, in relazione al suo ambiente, alle sue attitudini ed alla sua personalità, ad avviarlo ad una corretta vita di relazione e, per questa via, a prevenire ogni suo eventuale comportamento illecito, nonché, in particolare, a correggere quei difetti (come l’imprudenza e la leggerezza) che il minore ha rivelato.

avv. Giovanna Piera Pedone – Lecce, via Birago n. 53
E-Mail: avvocati.chiricopedone@yahoo.it

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