In questi ultimi giorni  l’opinione pubblica è più interessata, giustamente, a tutto ciò che attiene Lampedusa mettendo in secondo piano quello che continua ad esserci in Libia. E’ pur vero che le due cose sono interconnesse perché si è approfittato della Libia per l’espatrio che migliaia di “tunisini” stanno utilizzando per lasciare il loro paese.

Non so fin quando questo potrà durare, ma so per certo che non finirà tra poco.
Non bisognava essere grandi strateghi per capire che l’operazione Libia non poteva risolversi in breve tempo; la famosa guerra lampo non c’è stata e non ci vuol molto a capire che, se non sarà guerra di trincea, finirà certamente con l’essere guerra civile con tutte le incognite che questa potrà comportare. Pur sottoposto a terribili bombardamenti l’esercito di Gheddafi tiene e riconquista alcune posizioni che i ribelli avevano conquistato creando grossi problemi alla coalizione dei responsabili e della NATO, problemi rappresentati dalla corretta interpretazione della risoluzione 1973 dell’ONU. Sento che la Francia, grande sconfitta finora sul piano etico e morale, propone di “armare” i ribelli e mi chiedo se i ribelli stiano combattendo con le fionde o con le pietre; da quello che si vede nei filmati armi e munizioni ce ne sono a bizzeffe ma il problema vero è rappresentato dalla catena di comando e dalla organizzazione dei rifornimenti e questo, purtroppo per i ribelli, non risulta esserci tanto è vero che, sulle ali dei successi parziali che ottengono, sono costretti ad allontanarsi troppo dalle basi logistiche che alimentano lo sforzo bellico e, pertanto, sono costretti a ripiegare. Questo significa una sola cosa: o un intervento con truppe di terra da parte della NATO oppure un tempo lungo occorrente per preparare dei reparti in grado di reggere i combattimenti.
Non so come si possa ipotizzare un intervento di terra che contrasta completamente con le prescrizioni contenute nella citata risoluzione 1973 o come si possano addestrare reparti per prepararli al combattimento avendo bisogno di sedi stanziali, poligoni di tiro e, soprattutto, istruttori ed ufficiali preparati. Ed allora significa che non si potrà far nulla? Se fra i ribelli ci fossero delle grosse unità dell’esercito di Gheddafi con relativi comandanti allora si potrebbe anche ipotizzare uno scontro fra “eserciti” contrapposti dove vincerebbe chi avrebbe più mezzi tecnici e maggiore capacità operativa. Questo, però, non sembra essere il caso libico dove le unità più addestrate sembra siano ancora fedeli a Gheddafi.
In questo momento la soluzione più praticabile sembra sia quella di “convincere”, solo con le buone, il dittatore libico a “lasciare” fornendogli un salvacondotto per qualche Stato (vds: Ciad o Niger) disposto ad accoglierlo ( a tal proposito la Francia non dovrebbe sollevare obiezioni visto che ha sempre dato asilo a fior di terroristi e a tiranni tipo Bokassa), ma ove questo tentativo non riuscisse la situazione rimane di stallo. Un atteggiamento della NATO non consono alla “fly zone” urterebbe la sensibilità di Russia, Cina, India, Brasile e Lega araba già assente nel gruppo di contatto riunitosi a Londra così come assente è stata l’Unione africana che potrebbe essere l’unico mediatore con cui il Colonnello potrebbe trattare anche perché parecchi Stati del continente nero non riconoscono il tribunale penale internazionale dell’Aia e, quindi, non ci sarebbe la denuncia presso quel tribunale. Questa è l’unica via da seguire perché, come si è già visto e detto, dalla conferenza di Londra escono ridimensionate la Francia e l’Inghilterra. Non c’è stato, al momento, nessun trionfo diplomatico e non ha pagato nemmeno il coinvolgimento lampo della Germania. Gli unici protagonisti sono stati i rappresentanti dei ribelli che in giacca e cravatta, davanti alle telecamere, hanno letto un manifesto impregnato di liberalismo che sembrava scritto ad Oxford e che è stato consegnato in sala proprio dai funzionari del Foreign Office e sulla cui genuinità si nutrono seri dubbi.
Se questa è la situazione, attendiamoci ancora un lungo periodo di crisi e di frizioni anche fra Stati amici; a tal proposito l’Italia ha minacciato anche il ritiro dell’autorizzazione all’uso delle basi senza le quali la NATO avrebbe difficoltà ad operare. Ma questa crisi ha acuito per l’Italia il problema immigrazione. Strano che fra i 20.000 giunti ci siano pochissimi libici, quasi niente donne e bambini e moltissimi giovani fra i 20 e 40 anni. La quasi totalità degli immigrati è tunisina dove, per la gioia di Sarkosy e di altri, al governo tirannico di Ben Alì si è sostituito un governo democratico; mi sembra molto strano che, avendo raggiunto la democrazia, tutta questa gente fugga. Mi prude,  e cito una rubrica di un mio amico, che in Tunisia, durante i moti di piazza, siano fuggiti dalle carceri ben 13.000 detenuti uomo più uomo meno.
Su queste cose bisogna fare una corretta riflessione anche perché mettere le pezze a colori ad una situazione che si deteriora sempre più sta creando enormi problemi. Mi auguravo di non dover scrivere più di Libia se non a vicenda conclusa. Sono convinto che sarò costretto dai fatti ad intervenire ancora molte volte perché la Libia non è per niente in via di soluzione ma sarà una cosa lunga, molto lunga. Mi auguro di essere smentito.