A Genova si può perdere, ma non così, non dopo aver messo sotto Samp e Udinese; sconfitta non facilmente digeribile quella di Genova anche perché condita con le gocce di curaro iniettate da Cesena, Parma e Samp, vittoriose in trasferta. La conseguente  classifica, quasi fosse un sontuoso pranzo pasquale,  si è piazzata sullo stomaco e chissà se a Verona sarà reperibile un efficace digestivo.

Si potrà per inciso aggiungere che l’Udinese di questi chiari di luna non è più quella dei bei tempi, stemperando così parte di quegli entusiasmi decollati a quasi giusta ragione dopo l’annientamento dei friulani al Via del Mare.
Verona, leggi Chievo, non sarà decisiva, ma conterà molto sia numericamente sia psicologicamente; è immaginabile che nessuno regalerà niente a nessuno, se non altro perché la squadra del pandoro non può dirsi fuori della mischia. Non regalerà niente il Napoli, né il Bari, né la Lazio, le tre avversarie in chiusura di torneo: i partenopei inseguono e continueranno ad inseguire il secondo posto; la Lazio non rinuncerà alla platea europea e il Bari, che di questo campionato non fa più parte, supplirà alla pochezza tecnico tattica, che ne ha contrassegnato il cammino, con quella manciata di orgoglio che l’aria del derby sa infondere nei protagonisti. Chi a Bari non venderebbe l’anima al diavolo pur di fare il salto all’indietro abbracciato agli odiati cugini?
Il Lecce può far dunque conto su se stesso, sulle proprie forze, sull’orgoglio mai venuto meno nonostante talune disinvolte e pacchiane interpretazioni difensive.
Ma il Lecce può farcela; può tagliare il traguardo solo a condizione che risolva alla svelta un dubbio: quale Lecce? Quello psicologicamente tonico e attento o quello che talvolta ha trainato una slitta carica di doni per gli avversari?

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