Vignetta Massimo DonateoIl film-maker è una figura professionale  – anche un’attività amatoriale – apparsa in questi ultimi decenni in cui lo sviluppo tecnologico ha permesso la nascita di un cinema indipendente anche se povero

L’inquadratura

E’ nota l’immagine di Luchino Visconti fotografato sul set di un suo film con il mirino appeso al collo. Il mirino è uno strumento ottico che attraverso un sistema di lenti permette di inquadrare le immagini come una macchina da presa fornita di tutti gli obiettivi. Molti registi al posto del mirino usano le dita, formano una cornice per  inquadrare ciò che si desidera far vedere, come se la scena fosse appunto un quadro che deve essere incorniciato per delimitarlo.
L’inquadratura è una finestra sul mondo che viene rappresentato con la finzione cinematografica. Ciò che  si vede è limitato dalla cornice, ma a nessuno viene in mente che quel mondo che vediamo sia tutto lì. E se qualcuno ce lo chiede, rispondiamo prontamente che al di là di ciò che vediamo c’è la troupe. Ma, da spettatori,  “facciamo finta” ( come il regista e gli attori) che al di là della scena ci sia altro che non vediamo e che fa parte dello stesso mondo del film. Quando si guarda dal buco di una serratura, non riusciamo a vedere tutto, siamo certi che c’è dell’altro, e in realtà questo altro c’è. Al cinema sembra che sia la stessa cosa, ma non lo è, perché al di là dell’inquadratura non c’è quello che crediamo ci sia. Insomma quando vediamo un film la nostra percezione si nutre dell’immaginazione su ciò che c’è al di là della cornice. E’ una delle magie del cinema, che sfrutta le nostre capacità, quelle percettive e quelle immaginative.
Sembra un discorso ovvio, ma serve per spiegare perché al cinema siamo rapiti, coinvolti, e ci immergiamo nella storia. Non è la storia che ci rapisce, è l’inquadratura. Infatti a teatro questo non accade. Per quanto bella ed emozionante possa essere la vicenda, noi ci distraiamo molto più facilmente a teatro, non riusciamo a mantenere l’attenzione sul “quadro illuminato del palcoscenico”. Non abbiamo nemmeno bisogno di girare la testa perché sappiamo che ciò che è “fuori dalla cornice” non ha niente a che fare con quello che accade “ dentro la cornice”. Questo fa sì che noi percepiamo il teatro come più “finto”, e il cinema come più “reale”, laddove invece per altri aspetti è il contrario.
Nel film ciò che si vede è incluso in un “campo”, quindi ci sembra implicito che tutto il resto del film in quel momento sia “escluso”, ed è come se fossimo in attesa che in un modo o nell’altro, prima o poi, vedremo il resto della scena, che senz’altro “esiste”. E, a riprova, c’è un FUORI CAMPO, che già lo sceneggiatore considera quando inserisce suoni, la cui fonte non è in vista, o quando fa descrivere da un personaggio cose che solo il personaggio vedrebbe.
Fin qui le condizioni sono poste da qualcuno che, come noi, è all’esterno della scena, e che ci fa vedere quello che vuole: sarebbe il punto di vista “oggettivo”. Ma l’inquadratura ci dà la possibilità di vivere lo spazio proprio all’interno della scena con il punto di vista “soggettivo” di uno dei personaggi. Sappiamo bene che in realtà sono sempre il regista e l’operatore a scegliere e decidere, intanto però il nostro coinvolgimento è maggiore. Perché ci sembra di vedere ciò che vede il personaggio ed è come se anche noi fossimo lì.
Si tratta di processi inconsci: immedesimazioni nei personaggi;  ampliamenti della percezione ad opera del cervello che vuole crearci illusioni; deduzioni che sono distorte dall’esperienza. Per esempio se sentiamo lo scroscio di un getto d’acqua, concludiamo che, anche se non lo vediamo, c’è un rubinetto aperto, un lavabo e forse qualcuno che si lava, e invece c’è uno della troupe che si sta annoiando, non esiste nemmeno lo scroscio d’acqua, perché è stato inserito durante il montaggio molti giorni dopo. Il cinema fa leva sul fatto che i primi a prenderci in giro siamo noi stessi. Non è un caso che il primo cineasta, Georges Méliès, fosse un mago.

Il fatto che – tranne eccezioni per dare precisi significati – l’inquadratura sia un rettangolo e non un triangolo o un cerchio, che abbia confini rettilinei e non curvi o seghettati, che non sia inclinata rispetto all’orizzonte, è in linea con l’esperienza percettiva dell’ individuo e risponde a un’ esigenza di razionalizzare l’immagine e quindi la realtà che rappresenta.  L’inquadratura ha forma, grandezza, distanza da ciò che si inquadra, durata, movimento proprio o degli oggetti ripresi. Tutto ciò ne determina la funzione: a cosa serve quella inquadratura fatta in quel modo e perché la scena  è ampia e non ristretta?
Il campo può essere lunghissimo ( CLL) o lungo ( CL) per rappresentare ampiezza e profondità. Qui i personaggi si perdono, si annullano, si mimetizzano, resta l’ambiente fisico a dominare. Si può inquadrare una scena molto aperta, un Campo totale (CT), per raccogliere tutti i personaggi che vi agiscono, gli oggetti, e gli eventi che vi accadono. Queste inquadrature hanno in genere funzione descrittiva.
Nel Campo medio ( CM) le figure umane sono a media distanza dalla macchina da presa, non toccano i margini dell’inquadratura e quindi resta una porzione dell’ambiente fisico. Con questo tipo di inquadratura si considerano sia le persone che l’ambiente in cui si trovano.
Con la Figura intera (FI) e i vari Piani:americano (PA, fino alle ginocchia), medio ( PM, a mezzo busto ), Primo piano (PP, testa e collo) si appunta l’attenzione sulle relazioni tra i personaggi. Infine Primissimo Piano (PPP, la sola testa) e Dettaglio (DETT, in genere occhi, mano) del viso, anche  degli oggetti messi in risalto per un motivo preciso: sono le inquadrature dell’introspezione psicologica.

 

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