Lungo la costa neretina, in pieno parco regionale di Portoselvaggio, si sviluppa un complesso di  siti archeologici di grandissima rilevanza scientifica, uno dei più importanti in assoluto di tutta Europa per quanto riguarda le culture preistoriche dell’uomo di Neanderthal.

Stiamo parlando della Baia di Uluzzo, un paradiso incastonato tra alte falesie di arenaria e un  luccicante mare di una limpidezza senza eguali.

Osserviamo questo paradiso terrestre mentre ormai il sole volge al tramonto, tingendo di una tenue luce cremisi il paesaggio ed allungando l’ombra dell’antica torre aragonese che , come un silente pastore d’altri tempi, custodisce i segreti della baia.

Ci inoltriamo fra la vegetazione. Attorno a noi è tutto un susseguirsi di profumi e dolci crepitii d’erba. Chinando il capo eccolo, in bella posa ai nostri piedi: l’uluzzu. Ossia l’asfodelo marittimo, la pianta che dà il luogo prende il nome.
Camminando fra gli scoscesi pendii e attorniati da mirti e lentischi tipici della macchia mediterranea,  vediamo fare capolino il sito simbolo della baia, la Grotta del Cavallo.

L’antro scavato nella roccia dalle acque freatiche ha ospitato l’uomo  Neanderthaliano sin dal Paleolitico medio (120.000-40.000 B.P).   Questo lunghissimo periodo di tempo ingloba parte del periodo interglaciale Riss-Wurm e l’inizio del glaciale Wurm.
In seguito, con l’avvento del secondo glaciale Wurm  nel Paleolitico Superiore e l’abbassarsi vertiginoso della temperatura media, la linea di costa si distanzia fortemente dall’attuale, a causa dell’avanzare dei ghiacci che ricoprivano con una spessa calotta tutta l’Europa sin quasi alle Alpi. La battigia era lontana ben 12 km da quella attuale, andando ad assegnarsi dove oggi abbiamo la scarpata continentale in pieno mare aperto. E’ incredibile pensare come il livello del mare fosse ben 140 metri più basso di quello attuale!

Per fare un esempio pratico, pensiamo  che una delle cavità freatiche della baia, grotta delle Corvine, attualmente a circa 15 metri sotto il livello del mare ed accessibile solo ai subacquei, un tempo era frequentata dal nostro Neanderthal, ed utilizzata come deposito di caccia.

Dobbiamo quindi immaginare un paesaggio completamente diverso rispetto a quello che conosciamo.
Il Neanderthal della Baia di Uluzzo dall’alto delle sue grotte poteva ammirare una sterminata prateria, che andava sviluppandosi dove attualmente un qualsiasi turista può osservare il mare. In queste vaste distese i gruppi di umani conducevano ricche battute di caccia, approfittando della grande presenza di megafauna intenta a brucare la vegetazione. Fra le prede la più importante era senza dubbio l’Uro, animale selvatico progenitore dei moderni bovini domestici.

Il Neanderthal  non era quindi stanziale, ma si spostava da un punto all’altro del territorio a seconda della disponibilità di cacciagione, utilizzando poi dei punti fissi ben riparati come siti di stoccaggio dei prodotti animali. Dei veri e propri depositi di caccia quindi, nei quali tuttavia non mancavano le testimonianze artistiche, come vedremo in seguito.

I primi scavi che hanno interessato Grotta del Cavallo e Grotta Uluzzo C sono stati effettuati dall’Istituto Italiano di Preistoria e Protostoria per merito del Prof. Arturo Palma di Cesnola e del Prof Edoardo Borzatti, entrambi dell’Università di Firenze. Ricordiamo che le segnalazioni furono fatte dal Gruppo Speleologico Neretino di Vittorio Marras e Raffaele Onorato, al quale va il grandissimo merito di aver individuato gran parte dei punti di interesse archeologico del territorio neretino.

Le indagini archeologiche sono proseguite ininterrottamente fino al ’67, e poi proseguite in seguito ad anni alterni fino al recente passaggio di testimone con l’Università di Siena.

Nella Grotta del Cavallo il deposito stratigrafico è di enorme potenza, circa nove metri di profondità. Sappiamo che nell’indagine archeologica si procede diacronicamente: scendendo si incontrano le testimonianze più antiche, salendo quelle più recenti, sino allo strato di abbandono.

La cultura più antica è riconducibile al Musteriano del Paleolitico Medio, costituita da numerosissimi grattatoi su valve della conchiglia Callista chione. Tali manufatti erano appunto atti a grattare le pelli e le materie animali, come del resto tutta l’industria litica ritrovata.

In ambito Musteriano  Finale importantissime sono  le pietre incise recuperate dalla Prof.ssa Sarti sul finire degli anni ’80. Le incisioni su questi supporti rappresentano infatti le prime testimonianze di sensibilità artistica nel Neanderthal, fino a quel momento mai sviluppata.

Nei livelli musteriani non mancano infine resti antropologici degli inquilini della grotta: trovati infatti dei denti di Neanderthal come anche resti dell’enorme orso delle caverne e del leone delle caverne. Sia l’uomo che le due grandi fiere erano infatti dei superpredatori che condividevano le medesime esigenze in fatto di rifugi di caccia. Spesso le belve venivano scacciate dalle grotte grazie al fuoco  o uccise,  e gli antri potevano quindi essere utilizzati dagli umani.

Praticamente unici nel panorama preistorico italiano sono gli aspetti del Palelotico Superiore presso Grotta del Cavallo e Grotta Uluzzo C. La facies è stata appunto denominata “Uluzziana” dal toponimo del luogo costiero.  L’Uluzziano si sviluppa circa nel 35.000 B.P.
Questa cultura rappresenta un complesso di trasizione neandertaliano in cui la cultura del nuovo arrivato homo di cromagnon compenetra ed influenza i tradizionali aspetti musteriani precedenti, sviluppando anche una certa sensibilità artistica ancora più marcata.

Si ha così l’ultimo sviluppo del Neanderthal, che poco prima della sua scomparsa evolve la propria cultura sia negli aspetti funzionali e utilitaristici dei manufatti litici che sviluppando una vera e propria arte mobiliare, quest’ultima rappresentata dai ritrovamenti di monili su valve di Callista Chione, flauti in osso e pietre forate facenti parte piccole collanine e pendenti. 

Le industrie litiche sono caratterizzate soprattutto dalle punte e lame a dorso curvo di tipo Castelperroniano e dalla assoluta prevalenza dei grattatoi sui bulini e raschiatoi, di tipo La Quina e in assenza della tecnica levalloisiana (tecnica di preparazione del nucleo tramite stacchi di schegge).

Il Paleolitico Superiore Finale (10.000 B.P circa) è caratterizzato dai ritrovamenti di arte romanelliana.Tale cultura, che prende il nome dal toponimo della Grotta Romanelli presso Castro, rappresenta l’espressione artistica del Sapiens sul finire dell’ultima glaciazione. Palma di Cesnola nei suoi scavi del 1963/64 rinviene  delle pietre incise non in giacitura primaria all’interno dei primi quattro livelli più recenti diacronicamente.

La tecnica di incisione appare in parte di tratto uniforme, molto spesso sottile e superficiale, molto più raramente profonda con margini smussati. Spesso il tratto si presenta doppio.

Tipico di questo repertorio è il riempimento della superficie di soggetti naturalistici ad opera di un fitto tratteggio ottenuto con brevi tratti diritti o appena leggermente ricurvi. Vediamo ora di osservare nel dettaglio le varie pietre incise.

La figura umana è ricorrente in diverse pietre, come anche rappresentazioni di animali da cacciare. Tale binomio uomo preda è di fondamentale importanza, atto infatti a racchiudere in una sorta di incantesimo apotropaico lo spirito della cacciagione, per rendere favorevole la caccia ed avere controllo su di essa.

Matteo Vallone

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