Foto Lucia CavalloEsiste una luce particolare emessa dall’eccezionalità, riconoscibile a distanza, percepibile più dai sensi che dall’intelletto. Un luce nascosta e vivida che si manifesta nel modo più inconsueto, disarma e zittisce.

E’ quello che, in appena un’ora di incontro con la stampa, Toni Servillo, sono certa, abbia comunicato a tutti i presenti nella piccola sala del Caffè di Liberrima. Nessuna luce artificiale, qualche flash, una tarda penombra mattutina di stanza con poche fonti di luce, compostezza ed educazione nell’approccio, non tanto per formalità, ma dettato dallo stesso uomo che “per brevità chiameremo Artista”- per fare qualche spicciola citazione – camminava a testa alta, sorridendo, si sedeva e attendeva, nella sua posa più naturale, i quesiti dei giornalisti ansiosi di saper chiedere e domandare.
Si percepisce dallo schermo la sua grandezza, questo è innato, ed è condiviso da chi non si intende troppo di cinema e teatro, ma anche e soprattutto da chi ne è autorevole esperto. Scrivo grandezza, con l’impressione di cercare e trovare parole troppo scontate, e nel tentativo, spero non futile, di comunicare una sensazione di completezza e insieme continua ricerca e altezza morale che Servillo lascia trasparire di sé. Non c’è un solo slancio di presunzione del suo chiacchierare di sé, nessun cedimento all’autocelebrazione, ma nemmeno piccolo piccolo, nascosto, sotteso. Semplicemente non c’è. Un gaudio per l’udito ascoltare le sue dissertazioni sul teatro e sul cinema, domanda dopo domanda, risposta su risposta.
Alla presenza dell’organizzatore del Festival del Cinema Europeo Alberto La Monica e del primo cittadino della città di Lecce Paolo Perrone, viene anticipata la presentazione del libro “Toni Servillo” edito da Besa per il XII Festival del Cinema Europeo curato da Enrico Magrelli che si terrà domani sabato 16 alle 18.00, e viene ricordata la mostra allestita presso l’Ex Convento dei Teatini dedicata all’attore e al suo percorso professionale, che lo ha portato ad essere nell’olimpo dei  protagonisti indiscussi del cinema e del teatro italiano.
Toni Servillo, che ama la Puglia e la frequenta da sempre per lavoro (recitando anche nei nostri teatri Politeama, Paisiello e Koreja) e nella vita privata spesso durante le sue vacanze a Santa Maria di Leuca, che come qualcuno ha sostenuto, se si fosse chiamato Tony invece che Toni e fosse nato in America invece che a Napoli sarebbe oggi un uomo da collezione di Oscar, ci racconta del libro che permette di sottolineare la sua passione bipolare, il cinema e il teatro, dove mai e poi mai il teatro è l’anticamera del cinema, due discipline che al centro collocano l’attore. Dichiara, con una naturalezza disarmate, di voler dare nobiltà al mestiere dell’attore, attraverso quei valori che paiono scomparsi come la rinuncia, il lavoro, il sacrificio, soprattutto oggi in cui “l’arte” vive una fase di profondo svilimento per vanità, generica espressione, presunzione: si sfornano uomini adatti a tutte le stagioni.
Nella rassegna cinematografica a lui dedicata, in occasione del XII Festival del Cinema Europeo, riconosce un percorso indovinato, nella trilogia che offre uno sguardo approfondito sul potere in Italia, con “Gomorra”, “Il Divo” e “Il gioiellino”. Anticipa che dal 9 Maggio partiranno le riprese, che si svolgeranno a Brindisi, di un nuovo lavoro cinematografico in cui è coinvolto, per la regia, per la prima volta solo, di Daniele Ciprì, tratto da un’opera dall’autore Roberto Alaimo.
Tra le domande poste, ogni risposta si incastona nella sua vocazione all’atto di fare l’attore, nel senso suo più sublime, trasferendo senza troppi intoppi e panegirici di quanto Napoli e la scuola di vita a Napoli sia stata necessaria e formativa. Quella Napoli dei borghi, dei napoletani dal “comportamento sociale recitato”, appassionati a De Filippo e alla rivista, dove l’ironia è una passione che prende le distanze, un paradosso dell’attore in sedicesimi, dalla generosità si passa al cinismo e dal cinismo si ritorna alla generosità con una naturalezza innata.
Dice di Napoli essere città nutriente, in cui è forte la tradizione che racconta la vita, nei presupposti della trasmissione, “la tradizione è la vita che continua”, sosteneva De Filippo.
Un attore che fa l’attore, che sceglie di essere guidato e diretto, che si confronta con la visione del mondo dell’autore che legge o di cui interpreta e impara ad amare i suoi linguaggi drammaturgici, con cui condivide orizzonti culturali.
“Un attore illumina un film ma la vera responsabilità è del regista e solo sua”, l’attore lascia che di sé possa compiersi un abuso, chiede al pubblico di vivere al posto suo, che non vede la scena, ci casca dentro.
Affascinato dall’originalità del linguaggio, che riconosce in “Gomorra” e “Il Divo”, per la forza tematica che mettono insieme, ricorda Rossellini, tra i suoi nomi prediletti, per essere non solo cineasta ma uomo, geniale, cialtrone teso all’azzardo della libertà, De Sica monumento alla recitazione italiana, Totò e Rossini, che allontanano, con la loro arte, la tristezza del mondo.
E termina così, nelle discrete parole dal tono senza voce alta, un incontro che difficilmente perderà l’intensità generata, nella consapevolezza di aver incontrato un uomo con quel qualcosa in più, nell’aver colto la magia nel desiderio di trasmettere, trasferire, comunicare, esprimere sé, nella volontà di sublimare un atto umano, renderlo corale e universale, di finzione e insieme di alta cultura, fino a spingerlo all’eterno del ricordo.