Di zia Clementina, sorella di un mio trisavolo, ho già parlato in due altri articoli, nel primo ho descritto le modalità con cui si trovò ad essere promessa sposa intorno all’età di sei o sette anni, nel secondo invece mi sono occupato della vocazione improvvisa di sua figlia Adele

che, inaspettatamente, decise di chiudersi in un convento di clausura. Oggi parlo di un’altra figlia di lei, zia Amelia, anch’essa interprete di una storia molto particolare.
Zia Clementina era la primogenita, escludendo un bambino ed una bambina che aveva il suo stesso nome, entrambi deceduti infanti. Poi, dopo di lei, venivano tre fratelli maschi ed una sorella. L’ultimo era zio Amilcare, poi divenuto un celebre studioso di araldica e di genealogia. Molto spesso zia Clementina, che risiedeva a Foggia, tornava nella casa natia di Lecce insieme alla prole e, fra questa, era ovviamente inclusa zia Amelia. Non so bene come, anche perché non ero presente all’epoca dello svolgimento dei fatti, fra lo zio e la nipote nacque un tenero sentimento affettivo che ben presto li condusse, udite, udite, all’altare. Non so bene come la famiglia accolse la decisione dei due, tuttavia non mi risulta che ci fossero state contrarietà di sorta. Del resto si toglievano soltanto circa otto anni, una differenza di età del tutto ragionevole. Il giorno delle nozze lui aveva 27 anni mentre lei ne aveva quasi 19.
Fu così che zio Amilcare si trovò in un solo colpo ad essere genero di sua sorella e nipote acquisito dei suoi fratelli e dei suoi genitori, mentre zia Amelia diventò nipote acquisita di sua madre e nuora dei nonni. Anche il sottoscritto, nel suo piccolo, vanta un intreccio parentale di tutto rispetto, essendo al tempo stesso secondo cugino dei suoi genitori e terzo cugino di suo fratello, che vede così raramente da essere costretto veramente a considerarlo un terzo cugino. Ma tralasciamo gli intrecci parentali, altrimenti rischiamo di perderci in una selva e di aver bisogno una bussola, meglio un satellitare, per venirne fuori.
A quell’epoca i soldi non mancavano in famiglia, oltretutto secondo la mentalità aristocratica erano fatti per essere spesi non per essere accumulati, una cosa nella quale gli antenati del sottoscritto sono stati dei veri maestri, senza immaginare che poche generazioni dopo i loro eredi avrebbero dovuto arrangiarsi per la sopravvivenza. Ma questo è un’altro discorso. Dunque, ritornando al discorso, la pecunia non mancava quindi zio Amilcare decise di fare un viaggio di nozze coi fiocchi, andando nientedimeno che a Venezia, città da cui proveniva la famiglia e che aveva dato anche un doge alla Serenissima. L’ingresso nella città doveva essere un qualcosa di eccezionale, degno di una famiglia appartenente al patriziato dell’antica repubblica. Così, tanto per cominciare, furono prenotati due vagoni del treno, uno per gli sposini, in modo da potersi muovere agevolmente, l’altro per la servitù. Successivamente, giunti alla stazione della città veneta, si formò il lungo corteo di gondole che permise ai novelli sposi di fare il trionfale ingresso nell’antica patria.
Cose d’altri tempi che, forse, oggi fanno sorridere, tuttavia, probabilmente, siamo anche noi a non comprendere il modo di pensare e di agire dei nostri avi.

Cosimo Enrico Marseglia

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