Vignetta Massimo DonateoIl primo maggio – afferma l’on. Teresa Bellanova – si va caratterizzando sempre più per l’assenza del festeggiato. Quel lavoro che è sempre meno presente nella vita degli italiani, salvo fugaci apparizioni, e che resta il grande assente dall’agenda di questo governo.

Un governo che si ricorda di chi lavora solo quando si tratta di restringere ulteriormente il già ristretto perimetro dei diritti. Un esecutivo che sembra ignorare che lo sviluppo di un paese non può che passare da incisive politiche del lavoro. Senza una buona e robusta occupazione non c’è domanda e senza domanda non ci può essere crescita.
Il mercato del lavoro, in Italia, soffre di un cancro che va estirpato: il precariato. Una malattia che ha trasformato la flessibilità in sfruttamento. Una patologia che condanna le persone a una condizione di vita perennemente sospesa nel vuoto.
Per combattere il precariato e restituire ai lavoratori dignità e al paese prospettive occupazionali, il Partito Democratico punta, principalmente, sull’incentivazione del contratto a tempo indeterminato, definito dall’UE “forma normale del rapporto di lavoro”, attraverso il minor costo della stabilità rispetto alla precarietà, ossia mediante l’allineamento e la riduzione del cuneo contributivo. In particolare attraverso misure da portare avanti in modo graduale al fine di evitare ogni onere aggiuntivo per la finanza pubblica, quali: graduale convergenza degli oneri sociali complessivi sul lavoro intorno ad un livello intermedio tra quanto oggi versato per i lavoratori dipendenti a tempo indeterminato e per i lavoratori impigliati in contratti low cost (primo tassello di una complessiva riforma per spostare il carico fiscale dai redditi da lavoro ed impresa ai redditi da capitale);  maggiorazione degli oneri contributivi per indennità di disoccupazione e indennità di fine rapporto sui contratti a tempo determinato (ad eccezione dei contratti a contenuto formativo) e sui contratti atipici; introduzione di un salario o compenso minimo, determinato in riferimento agli accordi tra le parti sociali, per i lavoratori e le lavoratrici escluse dai contratti collettivi nazionali di lavoro, per i contratti a progetto, stage; eliminazione dell’associazione in partecipazione con solo apporto di lavoro e dello staff leasing; delimitazione degli spazi di applicazione dei contratti a progetto, dei contratti a chiamata, del voucher; restrizione, come previsto nel “Protocollo sul welfare” del 2007, della durata complessiva e delle causali dei contratti a tempo determinato ed introduzione di “tetti” in ogni azienda per la quota, sul totale degli occupati, di lavoratori e lavoratrici con contratto a tempo determinato; incentivazione fiscale e contributiva alla stabilità legata alla effettiva formazione.
Sono queste misure, insieme ad altre che rientrano in una proposta di radicale riforma del sistema di welfare, che compongono la piattaforma sulla quale il PD chiama a confrontarsi tutte le parti sociali, per restituire all’Italia una spinta propulsiva e ai lavoratori italiani la speranza di una vita dignitosa.
Ma il lavoro ha bisogno di ritrovare l’unità dei suoi baluardi, i sindacati, che anche quest’anno giungono a festeggiare il loro, ed il nostro, valore fondamentale in condizioni di lacerazione, spesso profonda. Una condizione che viene pagata in maniera drammatica dalle lavoratrici e dai lavoratori italiani.
L’auspicio è che questo primo maggio serva a riunificare il fronte sindacale nella lotta per liberare il lavoro dalle catene che lo opprimono e che questa giornata si trasformi così in una festa di liberazione per tante italiane e tanti italiani. Perché solo il lavoro è autentica libertà.

Salvatore Capone: La crisi mondiale del 2008 ha messo a nudo tutti i limiti della degenerazione del governo mondiale dell’economia. Si era creato, infatti, un sistema che privilegiava gli strumenti finanziari rispetto a quelli legati all’economia reale, unica in grado di stimolare la produzione e, di conseguenza, l’occupazione.
Così è successo, con il beneplacito dei sostenitori del liberismo sfrenato, quello che identificava nel mercato la panacea di tutti i mali, che lo stesso mercato abbia iniziato a considerare il lavoro come un insopportabile freno alla vera fonte di ricchezza, la finanza. Se c’è quindi un aspetto positivo della crisi del 2008 è, senza dubbio, quello di aver causato la deflagrazione di questa scellerata impostazione. Nessuna crescita reale può esserci senza la ridistribuzione della ricchezza che solo un’adeguata valorizzazione della risorsa umana può garantire.
Questo per quanto riguarda gli aspetti economici. Ma il lavoro è un valore che va ben oltre il suo profilo economico. “Il lavoro rende liberi” è uno degli insegnamenti che il punto più basso mai toccato dall’umanità ha lasciato a futura imprescindibile memoria, e anche oggi va tenuto ben presente. Non si può certamente considerare libero un essere umano senza lavoro, o in costante cassa integrazione, o aggrappato ad un contratto che scade a fine mese senza alcuna certezza sul dopo. Perché è questa la situazione che una politica economica paralizzata sulla tenuta dei conti pubblici, quella targata Tremonti, ha prodotto. Un’idea miope che ignora come nessuna finanza pubblica possa sopportare una totale mancanza di strategie di crescita. Meno lavoro, meno reddito, meno consumi, meno entrate per lo Stato. Un paradigma  che sembrerebbe alquanto evidente, ma che clamorosamente sfugge al supertitolare dello scibile economico di questo governo minimo.
Occorre al più presto far ripartire l’economia, rilanciando quelle liberalizzazioni che la destra ha accantonato e che è stato calcolato genererebbero da sole un aumento di undici punti di PIL, ma soprattutto bisogna restituire valore e dignità al lavoro. Bisogna rendere la precarietà un’eccezione e non la regola, invertendo il rapporto di costo tra lavoro stabile e precario. Dobbiamo riconoscere la centralità della conoscenza e della ricerca, per garantire l’innovazione necessaria al rilancio del nostro sistema economico. Ed occorre, prima di ogni altra cosa, restituire un futuro ai giovani e garantire diritti alle donne nel mondo del lavoro.

“Il primo maggio non sia un semplice giorno di festa, ma una pausa di riflessione seria e attenta sui problemi del lavoro e sul dramma della disoccupazione e del precariato che in Puglia, come nel resto dell’Italia, continuano a crescere. Una classe politica dirigente non può restare insensibile di fronte al grido di dolore che si alza dal mondo del lavoro, soprattutto fra le nuove generazioni impossibilitate a progettare il proprio futuro”.
Lo ha detto il Presidente del Gruppo Udc alla Regione Puglia, Salvatore Negro, a proposito della festa del lavoro che si celebrerà domani in tutta Italia.
“In Puglia, con la disoccupazione giovanile al 34,6%, che in provincia di Lecce supera il 47%, abbiamo toccato il fondo – ha sottolineato il Presidente Negro – Per la prima volta nella storia del nostro Paese c’è una generazione che non potrà migliorare la posizione dei propri padri”.
“L’appello – ha continuato il capogruppo Udc –  è rivolto soprattutto al Governo nazionale che non può continuare a disinteressarsi dei problemi del lavoro e occuparsi dei problemi personali del premier legati alla giustizia, solo per assicurargli l’impunità. Il lavoro ritorni al primo posto nell’agenda del Governo. Allo stesso tempo, anche la Regione Puglia deve attuare tutti gli strumenti in suo possesso per ridare fiato all’economia del territorio e favorire nuove opportunità e forme di occupazione. Come Gruppo Udc siamo pronti a fare la nostra parte e la lotta al precariato e alla disoccupazione sarà sempre al primo posto nei nostri impegni quotidiani”.
“Per il primo maggio – ha concluso Salvatore Negro – esprimo tutta la mia solidarietà e vicinanza a coloro che soffrono il dramma della disoccupazione e del lavoro precario, assicurando il mio impegno personale e quello del Gruppo regionale Udc”.