Noi adulti apparteniamo tutti all’era Gutenberg, essendo nati prima della diffusione del computer (PC) attualmente uno strumento di ampia diffusione  e web. Il media più diffuso all’epoca era la televisione, la cosiddetta “scatola magica” e non avendo cellulari, non potevamo lontanamente immaginare di avere telefoni portatili che offrono nuove possibilità di comunicazione destinate ad avere straordinari sviluppi.

Oggi i giovani vivono con le nuove tecnologie e sembrano appartenere ad una nuova “specie” umana: il cellulare sempre attaccato all’orecchio, lo sguardo incollato ad Internet, la Rete delle Reti, la spina dorsale planetaria cui ogni centro locale che crea una banca dati, una bacheca, una piccola rete si collega, come una grande ragnatela che si stende sul mondo, invisibile.

L’impressione di chi si trova per la prima volta ad entrare nei meandri d’Internet è solitamente descritta con grandi metafore. Il mare, l’oceano, sono immagini comuni che ne sottolineano la vastità. Si dice “navigare” nella Rete, descrivendo così un mondo avventuroso da esplorare, vanificando ogni vecchia concezione dello spazio e del tempo, compiendo così il giro del mondo in pochi secondi.

La scuola che per noi ha rappresentato assolutamente una palestra di cultura per loro può costituire un noioso hobby: un’istituzione obsoleta, a cui preferire Facebook, Wilkipedia, Youtube e Twitter ed altri ancora.

Influenzati dal nuovo immaginario digitale, i teenagers sempre connessi e gli adolescenti on-line, letteralmente incollati alle proprie protesi tecnologiche, amalgamando realtà, messaggi e codici, trascorrono il proprio tempo in più luoghi contemporaneamente, senza essere mai in un contesto esatto, dal momento che fisicamente sono presenti in uno spazio, ma la mente “ naviga” in numerosi spazi mentali, non perché sono inguaribili sognatori, ma decisamente perché i loro pensieri vagano in contesti precari ed incerti.
Ricercatori ed esperti lanciano, a tale proposito, pressanti allarmi: la generazione dei “nativi digitali” sta sprofondando nella realtà virtuale alimentata da immaginari artificiali, in cui quest’ultima si sostituisce alla realtà reale troppe ore al giorno, mentre si naviga nel Web, si scaricano video, giochi, libri, immagini e films, s’immagazzinano musiche ed immagini.

Di giorno e di notte, con il corpo in un posto e la mente dovunque, i giovanissimi stanno rivoluzionando i propri processi cognitivi. Tutto ciò non genera solamente una nuova grammatica del sapere e nuove sintassi dei sentimenti, ma produce un immaginario che sempre meno s’interfaccia con la realtà.

Un immaginario abitato da “alias”, dove s’inventano personalità-avatar per vivere vite simulate con cui, pericolosamente, rischiano d’identificarsi completamente. L’immaginario virtuale dei videogames sempre più raffinato e seducente i cui softwares sono usati anche per realizzare filmati dove scenografie, interpreti ed oggetti sono tutti virtuali offre ricostruzioni storiche intrecciate, architetture ardite, equilibri geografici spregiudicati, scenari futuribili e panorami fantasy, figurazioni che si confondono ed identità che slittano in altre identità.

Più superficiali e meno riflessivi, perdono facilmente interesse per tutto ed utilizzando strumenti scientifici e tecnologici che normano spazi autoreferenziali fittizi, creano mondi dell’impossibile e dell’improbabile privi di legame con il mondo reale.

E noi adulti se li allontaniamo, rischiamo di non riuscire più a dialogare con loro. Incoraggiarli ed occuparci del loro benessere psico-fisico è la maniera idonea per sensibilizzarli preparandoli verso il futuro.

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