Nate dalla costola di Adamo, secondo l’Antico Testamento, ma preistorico simbolo di fertilità; emblema della famiglia ma anche del peccato originale; lodate dall’Amor Cortese nel Dolce Stil Novo, ma tacciate di stregoneria dopo neanche un secolo. Ancora vittime di pregiudizi tutti racchiusi nell’epiteto “il sesso debole”, ma alle volte troppo emancipate da aver quasi perso il fascino del mistero. Come diceva Oriana Fallaci “Essere donna è così affascinante. È un’avventura che richiede un tale coraggio, una sfida, che non finisce mai”.

Elsa Morante

Impossibile scindere la donna dalla scrittrice: tutto nei suoi scritti si mescola, diventa un fluttuare continuo di voci, di richiami mitologici, di sentimenti arcaici, di fughe, di rincorse e di ricerca. Ed emerge il suo io, profondo, convulso, mascherato dietro al velo della sua passione più grande: la scrittura. Il suo stile è impeccabile, mira ad un rapporto diretto e frontale con il lettore; le allusioni, i misteri, i simboli animano le sue pagine, ma senza mai farle divenire contorte. Una scrittura che nasce spontanea e seduce il lettore come fosse una “sostanza stregata”, volendo citare le parole di Garboli, e che non lascia intravedere dei modelli, ma resta sospesa nel panorama letterario del Novecento. Tutto sembra il frutto di un sogno, ma di un sogno che riemerge in tutti i suoi particolari più interessanti, lei stessa, infatti, dirà: “Che il segreto dell’arte sia qui? Ricordare come l’opera si è vista in uno stato di sogno, ridirla come si è vista, cercare soprattutto di ricordare. Ché forse tutto l’inventare è ricordare”.

Elsa Morante nasce a Roma nel 1912. Figlia naturale di una maestra ebrea e di un impiegato delle poste, viene riconosciuta dal marito di sua madre dal quale prenderà il cognome.
Andata via da casa a soli 18 anni, sarà costretta ad abbandonare l’università per motivi economici  e si dedicherà totalmente alla scrittura, collaborando con alcune riviste come il “Corriere dei Piccoli”, “Meridiano di Roma” ,“I diritti della scuola”, e più tardi “Oggi”.
Nel 1936 conosce Alberto Moravia, con il quale da lì a un anno instaurerà una relazione che culminerà poi nel matrimonio nel 1941. È in questo periodo tra pubblicazioni di racconti e fiabe che inizierà la stesura del romanzo “Menzogna e sortilegio”, originariamente intitolato “Vita di mia nonna”. La saga di una famiglia dell’Italia meridionale, raccontata attraverso gli occhi di Elisa, l’ultima della generazione che ha deciso di confinarsi nella sua stanza, sarà pubblicata da Einaudi nel 1947 e la porterà a vincere il Premio Viareggio l’anno successivo.

Le condizioni economiche dei due coniugi, prima molto precarie, vanno via via migliorando. La svolta arriverà nel 1957 con la vittoria del Premio Strega grazie al romanzo che l’affermerà come una delle migliori voci del panorama letterario femminile del Novecento, “L’isola di Arturo”. La storia di questo ragazzino che vive a Procida, immerso in una natura sormontata da un enorme penitenziario, e che scopre l’amore attraverso la giovanissima matrigna conquisterà pubblico e critica.
Seguirà “Alibi”, una raccolta di poesie, poi i racconti de “Lo scialle andaluso”, la separazione dal marito e un periodo disfattista, quello degli anni ’60, in cui rifiuterà tutti i suoi scritti precedenti. Da quel momento in poi scriverà solo sporadicamente, portando alla luce un romanzo che venne accolto favorevolmente dal pubblico, ma che trovò l’opposizione dell’establishment: il libro dal titolo “La storia”, racconta l’odissea bellica dell’Italia e del mondo vista attraverso l’umile microcosmo di una famiglia romana.
La sua ultima fatica letteraria sarà poi “Aracoeli”, il ritratto di un personaggio diverso e sofferente che cerca disperatamente di ricostruire la sua immagine materna ormai perduta; la pubblicazione giungerà nel 1982, ed Elsa, ormai relegata a letto a causa di un femore rotto, tenterà anche il suicidio, morendo poi nel 1985 a causa di un infarto.

Il suo mondo segreto è quello che lei ha offerto a tutti noi, è la musica magica dei suoi scritti, è la sua forza d’animo, è il suo dire senza mai privarsi. I suoi temi: l’infanzia, la maturità, la solitudine, l’amore e la morte, rivivono in noi con le sue parole dense di significato e la rendono non solo una delle più grandi scrittrici del Novecento, ma una scrittrice senza tempo che, rifacendosi ancora a Garboli, “non fa parte di un oggi, ma di un sempre”.

Informazioni tratte dal volume Cesare Garboli, La stanza separata, Mondadori, 1969, Milano.

 

ATTENZIONE: i commenti non sono moderati dalla redazione, che non se ne assume la responsabilità. Ogni utente risponderà del contenuto delle proprie affermazioni.