Nate dalla costola di Adamo, secondo l’Antico Testamento, ma preistorico simbolo di fertilità; emblema della famiglia ma anche del peccato originale; lodate dall’Amor Cortese nel Dolce Stil Novo, ma tacciate di stregoneria dopo neanche un secolo.

Ancora vittime di pregiudizi tutti racchiusi nell’epiteto “il sesso debole”, ma alle volte troppo emancipate da aver quasi perso il fascino del mistero. Come diceva Oriana Fallaci “Essere donna è così affascinante. È un’avventura che richiede un tale coraggio, una sfida, che non finisce mai”.

Madre Teresa di Calcutta

“Molti parlano dei poveri, ma pochi parlano con i poveri”, diceva, e lei con i poveri non si è limitata a parlarci, lei è stata al loro fianco assistendoli, curandoli dalle malattie, ma soprattutto dando loro tutto l’amore che sentiva dentro di sé per quell’umanità martoriata che l’avvicinava ogni giorno di più a Dio. Una donna di fede, ma anche di speranza, perché credeva nell’uomo, nell’umiltà del suo cuore e nell’amore, unica chiave per ospitare Dio nel mondo, per averlo sempre al proprio fianco. Una donna di coraggio, che si sentiva a suo agio solo tra i volti delle persone che avevano bisogno di suo gesto di affetto, e non davanti alle telecamere o sulle pagine dei rotocalchi. Una vita esemplare la sua, vissuta in povertà e con estrema umiltà. Non sono certo mancati i momenti bui, ma la sua grandezza d’animo la porterà ad affermare: “Ho cominciato ad amare le mie tenebre perché credo che siano una parte, una piccola parte delle tenebre di Gesù e della sua pena sulla terra”.

Anjeza Gonxhe Bojaxhiu nacque nell’agosto del 1910 a Skopje da genitori albanesi benestanti, originari del Kosovo. Decise di dedicare la sua vita a Dio a soli 18 anni e dopo una breve sosta a Dublino, raggiunse l’India, dove dopo due anni prese i voti temporanei e cambiò il suo nome in Maria Teresa, ispirandosi a Santa Teresa di Lisieux, patrona dei missionari.
Si recò a Calcutta dove lavorò per 17 anni presso il collegio cattolico. Nel 1937 pronunciò i voti perpetui a Darjeeling e divenne Madre Teresa.

La guerra e la povertà sempre più dilagante la impressionarono notevolmente, tanto che la sera del 10 settembre del 1946 mentre si recava a Darjeeling per degli esercizi spirituali, sentì di doversi mettere al servizio del prossimo; disse, infatti: “Quella notte aprii gli occhi sulla sofferenza e capii a fondo l’essenza della mia vocazione. Sentivo che il Signore mi chiedeva di rinunciare alla vita tranquilla all’interno della mia congregazione religiosa per uscire nelle strade a servire i poveri. Era un ordine. Non era un suggerimento, un invito o una proposta”.
Solo dopo due anni riuscì ad ottenere l’approvazione del Vaticano di andare a vivere da sola nella capitale indiana, abbandonando il velo nero delle suore di Loreto, per dedicarsi alle cure dei più poveri, dei bambini e dei malati.
Nel 1950 fondò la congregazione delle Missionarie della carità, donne che sentivano dentro al loro cuore il bisogno di prendersi cura dei “più poveri dei poveri”, che vestite con un semplice sari bianco a strisce azzurre apparivano come dei veri e propri angeli per tutti i bambini di Calcutta.

Nel 1965 per opera di Paolo VI che concesse alle Missionarie della Carità il titolo di “congregazione di diritto pontificio” poterono espandersi anche oltre l’India, con sedi in Africa, Asia, Europa e Stati Uniti.

Nel 1979, quando la sua fama, per via delle attenzioni dei media, divenne mondiale, vinse il Premio Nobel per la pace. In quegli anni nacque l’amicizia con papa Giovanni Paolo II. Da lì a poco le sue condizioni di salute peggiorarono notevolmente, ebbe dapprima un infarto, poi si ammalò di polmonite e nel 1992 contrasse la malaria. Raggiunse la casa del Padre nel 1997, pochi mesi dopo aver visto per l’ultima volta Papa Woytila.
È sepolta a Calcutta, la sua tomba, in linea col suo stile di vita francescano, è semplice, ma riporta una frase del Vangelo di Giovanni che racchiude il significato di tutta la sua straordinaria esistenza: “Amatevi gli uni gli altri come io ho amato voi.”
A soli due anni dalla sua morte, Giovanni Paolo II fece aprire il processo di beatificazione e il 19 ottobre del 2003 venne proclamata beata. 

Doveroso omaggio questo ad una donna che andrebbe ricordata ogni giorno, al di là del proprio credo, perché tramite ai suoi occhi quello che emerge non è solo la sua grande cristianità, la sua devozione e il suo coraggio, ma soprattutto l’amore, quell’amore vero che costruisce e che regala istanti di gioia vera.

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