Giovanna passeggiava un giorno, tranquillamente, per le vie della città.
Coi suoi begli occhi scuri, era solita osservare tutto quello che accadeva intorno a lei e rifletterci, poi, sopra.
Ad esempio, una volta vide due ragazzi litigare. Non li fissò sempre, solo un attimo, per fotografare i loro volti.

Continuò, invece, ad udire le loro voci e i motivi del loro alterco, cosa resa possibile dal volume usato dai due.
In quell’istante, lei pensò: “Se urli un segreto o un dolore, anche solo col volto, molti lo udranno e vedranno, ma, se lo conservi nel silenzio, ti si dipingerà nell’anima e negli occhi”.
Un altro giorno, prima di andare a lavorare, incrociò lo sguardo di un bambino, che le sorrise gioioso e la prese per mano, per fare una passeggiata con lei. Il pensiero che le venne in mente fu: “Guarda che bel dono ho ricevuto oggi: un fantastico sorriso innocente ed una gioia pura, un momento di reale serenità. Com’è bella la meraviglia dei bambini! Sanno vedere tutto con occhi diversi, per loro è tutto così semplice! Ti vogliono conoscere? Ti si avvicinano. Vogliono sapere qualcosa? Te la chiedono. Devono dirti una cosa? La dicono e basta! Noi, invece, siamo così complicati”.
Osservava anche molte altre cose: le motivazioni delle persone, i volatili, i colori del cielo, dei fiori, l’abbigliamento, i comportamenti umani e le influenze che subivano, i toni di voce, un piccolo gesticolare, degli scritti, tante cose davvero.
Quel giorno, la sua attenzione si posò sui tavolini dei bar, così vuoti d’inverno, almeno quelli all’aperto, così pieni al primo raggio di sole.
“Che strano però!” – pronunziò tra sé –  “Un tavolo è pur sempre un oggetto, ma è prezioso. Aiuta a ritrovarsi, a parlare, a calmarsi avvigghiandocisi con le mani, a riposarsi, a cucinare, a sollevarsi da un peso … tu guarda! Sa tante cose! Sa delle attese, delle gioie, delle lacrime, dei segreti, è curioso come possa avvicinare e allontanare, allo stesso tempo, tante persone. È umiltà, è confidenza, è servizio, è richiesta, è emozione!”.
La sua passeggiata procedette tranquilla vicino al mare della sua città e alle vetrine dei negozi.
Tornata a casa, dopo pranzo, si stese un attimo sul letto e iniziò a pensare a tutto quello che aveva visto e quello che aveva vissuto nel tempo: le amicizie, le gioie, lo stupore, un po’ tutto!
“Mi piacerebbe sintetizzarlo. Si, creare qualcosa che esprima tutto quello che magari a parole uno non dice, ma che vive e pensa, sente! Ma si, ecco l’idea!”.
Dopo circa qualche minuto, Giovanna era nuovamente in piedi, alla ricerca di tutto il necessario per realizzare la sua idea e, dopo qualche giorno, era al telefono, a concordare un appuntamento con un impiegato del comune, per chiedere un permesso.
Da quel momento trascorse un mese.
Giovanna si era arricchita ancor di più e così l’idea alla quale si era dedicata.
Alcuni suoi amici, girando per il mercatino, notarono un banchetto che non c’era: titolare dell’attività, Giovanna.
“Ma che ci fai qui? Perché non ci hai detto niente?” – le domandò Francesco.
“Oh, non è nulla! Semplicemente, mi era venuta un’idea e l’ho messa in pratica, tutto qui!”.
“Che maglie strane!” – osservò Laura, fidanzata di Francesco.
“Perché strane?” – ribatté lei.
“Beh … sai … hanno così tante tonalità di colori davanti … alcune ti mettono allegria, altre disgusto addirittura, altre ancora malinconia, entusiasmo, non so, fanno uno strano effetto”.
“E allora? Meglio! Hai tutte le emozioni indosso, le hai dentro e fuori di te!”.
“Si, ma dietro sono tutte nere! Per carità, bellissimo il patchwork davanti, ma dietro … perché questa scelta così cupa?”.
“Beh, qualcuno potrebbe ritenerla elegante!” – replicò Francesco – “Il nero sta bene con tutto! È risaputo!”.
“Sai perché?” – gli domandò Giovanna.
“Perché dà risalto, è uguale per tutti … Vabbè, ma questo vale pure per il bianco … è di moda!”.
“Non solo e non sempre”.
“Mi arrendo! Proprio non lo so!” – mentre Laura lo guardava alzando le spalle a mo’ di: “Non guardare me, non ne so niente! Non so suggerirti! Non ho idea di cosa le passi per la testa!”.
“Ve lo dico io!” – mentre la novità modaiola attirava tanta clientela intorno al banchetto – “Perché il nero non è né scuro, né cupo: è semplicemente l’espressione di tutto quello che siamo!”.
“Come signorina?! Non la capisco!” – le domandò un signore.
“Vede … in realtà il nero altro non è che la sintesi di tutti i colori. Se prova a fonderli tutti insieme, è questo il risultato che ottiene. Quindi, il nero non è che un concentrato di colori, basta saperli vedere. Un po’ come noi. Possiamo essere allegri, tristi, entusiasti, dipende dal nostro punto di vista, da cosa proviamo: possiamo vedere tutto nero o a colori e, in tutto, trovare sempre un motivo per gioire e proseguire. Questa creazione vuole semplicemente ricordare tutto questo ed aiutare ad esprimerlo” – e quel giorno Giovanna guadagnò un sacco di soldi e di sorrisi.
Fine
Ogni riferimento a fatti, persone, situazioni è puramente casuale

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