Avevo dieci anni da compiere qualche settimana dopo. Il mio compagno, Mauro, era nella sua Cinquecento,  mentre alla radio si trasmetteva la notizia. Naturalmente non ci conoscevamo ancora. La mia migliore amica invece era a casa con i suoi.

Tutti noi eravamo intenti a fare qualcosa che non si è disperso nella quotidianità di diciannove anni fa’, ma ha impresso un fermo immagine che la mia generazione conserva nell’album dei ricordi indelebili.
Ce lo raccontavamo ieri, passeggiando per le strade di una Lecce in festa per la serie A, guardando dei fogli appesi ai muri, scritti con dei pennarelli, a intitolare, con i nomi delle vittime di quel 23 maggio, le vie.
Era primavera inoltrata, ricordo, e la mia maestra, qualche giorno dopo, ci assegnò un tema per raccontare la storia di Giovanni Falcone e di quell’esplosione che aveva cosparso l’Italia tutta di un silenzio che difficilmente chi c’era potrà mai dimenticare. Chi c’era lì, chi c’era dinanzi ai tg, chi c’era ad ascoltare la radio, negli anni in cui Internet era fantascienza e per essere informati si leggevano soprattutto i giornali, ricorda l’immagine di quella strada dal manto divelto, della Croma color carbone della quale si riconosceva solo il telaio. Alle 17.59 del maggio di quel 1992 sull’autostrada Trapani-Palermo, all’altezza dello svincolo di Capaci, persero la vita in seguito all’esplosione di ben cinque quintali di tritolo, il direttore generale degli Affari Penali del Ministero di Grazia e Giustizia Giovanni Falcone, sua moglie Francesca Morvillo, e gli agenti della scorta Vito Schifani, Antonio Montinaro, Rocco di Cillo e l’autista giudiziario Giuseppe Costanza.
Un’esplosione immane che lascia una voragine enorme nel terreno e nel cuore degli italiani. Soprattutto perché ben pochi sapevano chi fosse il giudice Giovanni Falcone prima di allora e in quali battaglie civili fosse impegnato da anni, e ancora in meno sapevano quanto quell’uomo e il suo collega Paolo Borsellino  avessero investito, in termini professionali e personali, nella lotta contro la mafia.
Proprio in quegli anni, quando l’attacco allo Stato diventa così efferato ed eclatante, la mafia comincia a prendere finalmente forma nel sentire comune, si materializza vestendo i panni di un mostro senza coscienza che non vive di una forza esclusivamente autonoma ma si sfama delle carcasse politiche e divora appalti e incarichi di alto grado, che non ricalca i suoi confini nella Sicilia e nei suoi collegamenti con l’America, ma si irradia fino alle poltrone più comode della finanza e dei rami amministrativi delle Regioni italiane del benessere. Solo pochi giorni dopo anche Paolo Borsellino cadrà vittima, con la sua scorta, di un altro degli attentati più brutti che il tricolore ricordi.
Con che parole lo racconteremo oggi ai nostri figli, ai nostri fratelli minori, di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, di quella loro foto a parlarsi vicino in confidenza. Che cosa sceglieremo di recuperare, tra le emozioni di quei giorni, della paura, della sensazione di sconfitta, della rabbia, del coraggio del perdono urlato pubblicamente da un altare, della presa d’atto dell’esistenza di uno zoccolo duro e connaturato e pieno di radici criminali, infiltrato nello Stato stesso. E che si chiami mafia o camorra o ndrangheta o scu, poco importa, sappiamo bene quanto ancora è dolorosamente attuale, piangiamo ancora troppe vittime, sanguinano ancora troppe ferite di colpi appena inferti, a questa Italia che festeggia l’unità.
Ma raccontiamo, dobbiamo scegliere di raccontare, di ricordare e soprattutto di non dimenticare, di condividere, di metterci la faccia, con i mezzi che oggi possediamo, con la parola, con la forza dell’idea, col germoglio di un proposito che nessuna mafia può sradicare, scegliamo di guardare, di chiedere, di vedere, di dire; “le loro idee camminano sulle nostre gambe”.
Scegliamo di esserci con Saviano, con tutte le associazioni che operano contro le mafie, e con tutti gli altri che oggi combattono la criminalità, chiediamoci ci sono, conosciamoli. Educhiamoci alla legalità, alla lotta al crimine che riguarda l’impegno civile che ogni cittadino ha il dovere di  professare.
E fermiamoci a guardare quei cartelli per le nostre strade con quei nomi; e se qualcuno non dovesse sapere di che si tratta, raccontiamoglielo.

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