Faccio un salto all’Avana, non è un cinepanettone, questo è vero. Non è di certo un film volgare, con i soliti corpi femminili poco vestiti di attrici avvenenti che contraddistingue il genere.  Non si può affermare che questo sia un film impegnato o impegnativo, poiché la trama è semplice, scontata, con un finale altrettanto previsto.

In questo film dai risvolti dolce amaro si incontra un Brignano non molto diverso da come appare in teatro, un attore simpatico, dalle battute pronte ma qualche volta troppo facili e con una passione per il canto innata.
Punto di orza sono senz’altro gli attori protagonisti, ognuno con le sue caratteristiche.
Vittorio (Pannofino) nelle vesti del fratello cinico, piantagrane che fugge all’Avana (Cuba) fingendosi morto suicida  dopo aver depredato l’azienda del suocero.
Vittorio e Fedele (Enrico Brignano) sono sposati con due sorelle. Entrambi lavorano nell’azienda del suocero. Fedele dopo la (finta) morte del fratello rimane “fedele” ai doveri sia coniugali sia aziendali, accollandosi i debiti accumulati dal fratello.
Per ben sette anni il povero Vittorio si fa carico delle responsabilità del compianto fratello, fino a quando non scoprono che Vittorio non era morto e che in realtà in tutti quegli anni non aveva  fatto altro che spassarsela a Cuba.
Scoperto l’inganno fedele decide di raggiungere il fratello nei Caraibi per convincerlo ad assumersi le proprie responsabilità in Italia, ma arrivato all’Avana Fedele incontra l’amore che gli cambierà la vita ( qui, infatti, Fedele incontra Alma interpretata da Aurora Cossio).   Da sfondo alla storia del film c’è Cuba, più precisamente l’Avana, con i suoi vicoli poco conosciuti, con la gente povera ma allegra e piena di vita.
Quella che ci mostra il regista Baldi non è la solita città da cartolina, ma un’ Avana dal fascino quotidiano e intramontabile.