Il nome personale esiste da sempre, da quando l’uomo è stato uomo.  Ma non sempre il sistema nominale è stato come quello attuale.
Sul piano diacronico la fase d’insorgenza del sistema nominale italiano, infatti, si determina negli ultimi due secoli dell’età imperiale, quando una profonda crisi sconvolge il tradizionale sistema onomastico romano.

A Roma vi era, fin dall’età repubblicana, la formula trinomia o quadrinomia, costituita da praenomen, nomen, cognomen e in alcui casi anche supernomen  (Marcus Tullius Cicero o Cnaeus Cornelius Scipio Africanus).  A questa si sostituisce progressivamente in questo periodo prima una formula binomia, costituita per lo più dal nomen e cognomen, come Julius Nepos, l’imperatore Giulio Nepote, quindi il nomen unicum. Il nome unico si afferma soprattutto con la diffusione del cristianesimo, per il nuovo spirito cristiano di uguaglianza e di umiltà.
E proprio dal nome unico dell’ultima latinità nasce il nuovo sistema italiano e romanzo, come continuazione dei nomi latini del tardo impero sempre più adattati, nella fonetica e nella morfologia, alla struttura delle parlate neolatine, dei «volgari» in via di formazione. Si diffondono, tra il IV e il V secolo, nomi unici quali Antonio, Elio, Emilio, Giulio, Martino, Tullio, Valerio; e i nomi cristiani ripresi, per tramite latino, dall’Antico e dal Nuovo Testamento, come Andrea, Giacomo, Giovanni, Matteo, Paolo, Pietro e Anna, Maria. Vi erano anche i nomi cristiani, ed in parte già pagani, di trasparente significato e valore augurale, o di ringraziamento, di dedica e consacrazione a Dio, come Abbondio, Donato, Eugenio, Felice, Fortunato, Gaudenzio, Renato, Vitale, Vittorio e Domenico; i nomi infine, già pagani, dei primi grandi martiri, come Lorenzo e Stefano.
Questo primo repertorio si accresce notevolmente nell’Alto Medioevo, con l’apporto dell’onomastica importata in Italia dai popoli germanici che vi si insediarono come dominatori già a partire dal 476. Dalla fine dell’Alto Medioevo, così, il tradizionale fondo onomastico latino è già nettamente minoritario rispetto al nuovo strato germanico, e molti di questi nomi hanno un’altissima diffusione e frequenza, che conservano spesso fino all’età moderna e contemporanea: Adolfo, Alberto, Aldo, Anselmo, Arnaldo, Arnolfo, Berardo, Bernardo, Ermanno,Franco, Gualtiero, Guido, Guglielmo, Lamberto, Leonardo, Roberto e Adele, Amalia.
Anche la presenza bizantina ha esercitato, nell’Alto medioevo, un influsso sull’onomastica personale italiana. È una presenza sia politica sia religiosa. I nomi che risultano propriamente bizantini, per l’epoca e l’area e le forme di penetrazione, sono molto pochi, qualche decina in tutto: tra i più certi Agazio, Antioco, Apollonio, forse Avendrace, Basilio, Calogero, Cosma, Demetrio, Filadelfio, Leonzio, Nicola, Oronzo, Pantaleo.
Una seconda profonda trasformazione si determina nel sistema nominale italiano tra il XII e il XIV secolo. Contemporaneamente all’impoverimento del repertorio di fondo latino e germanico, si affermano, in parte anche nell’uso scritto, le parlate volgari che offrono la possibilità di formare e derivare dal loro lessico nuovi nomi, con procedimenti denominativi diversi. Insorgono e si diffondono nomi volgari di valore augurale o più genericamente affettivo, come Adorno, Amabile e Amato, Benvenuto, Desiderato, Ristoro e Bella, Diamante, Diletta, Eletta, Gioia, Perla, Stella; nomi etnici come Francesco, Romano, Romeo (che solo più tardi diverranno religiosi); ipocoristici di nomi già esistenti come Gianni, Nanni, Vanni, Zani (per Giovanni), Dino, Duccio, Ghino, Maso, Mino, Nello con i rispettivi femminili e alterati. Dalla fine del Medioevo il sistema nominale italiano, così arricchito, è ormai stabilmente formato, e gli apporti successivi, fino alla situazione contemporanea, hanno scarsa incidenza numerica e sistematica.
Grande rilevanza ha comunque l’apporto, determinatosi spesso a livello di ridiffusione, a partire dall’Umanesimo e dal Rinascimento, di nomi classici, latini e greci come Achille, Alessandro, Attilio, Augusto, Camillo, Cesare, Claudio, Ennio, Ettore, Fabio, Fausto, Fulvio, Livio, Marcello, Mario, Massimo, Oreste, Ottavio, Remo, Romolo, Valerio e Clelia, Flora, Lidia, Patrizia, Virginia; di nomi francesi, spagnoli e tedeschi determinatosi dall’ultimo Medioevo sia per le dominazioni e presenze dirette straniere sia per influssi culturali; e di nomi ideologici, letterari e teatrali, di moda, soprattutto nell’Ottocento e nel Novecento.
La scelta del nome, normalmente operata all’interno del repertorio disponibile o comunque noto, risponde a un determinato motivo e fine e riflette la personalità, la mentalità e la cultura, dei genitori da cui viene effettuata. I motivi e i fini sono diversi come diversi sono gli interessi e le ambizioni, i sentimenti e gli affetti, gli stati emotivi, le ideologie, i modelli di prestigio e le mode, e al limite i miti, che essi riflettono e sottendono.
Spesso si impone un nome già proprio di membri della famiglia, che risponde alla volontà di continuare la tradizione onomastica familiare e a motivazioni affettive o anche di solidarietà e di prestigio. Questo comportamento onomastico, tuttora molto vitale, specialmente nel Centro e nel Sud, fugge a ogni accertamento e non consente alcuna definizione né tipologica (il nome di tradizione familiare può appartenere a qualsiasi tipo) né quantitativa e di distribuzione areale (frequenza assoluta e relativa).
Il quadro tipologico dell’attuale sistema nominale italiano, fondato sulle motivazioni della scelta, evidenzia due tipi fondamentali di nomi: nomi religiosi, che rispondono a motivazioni e finalità di fede e confessione religiosa; nomi laici, con motivazioni e finalità diverse, affettive, culturali e sociali, politiche e ideologiche, di estetica o suggestività fonica, di mode e miti, ma non religiose.

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