Vignetta Massimo DonateoIl film-maker è una figura professionale  – anche un’attività amatoriale – apparsa in questi ultimi decenni in cui lo sviluppo tecnologico ha permesso la nascita di un cinema indipendente anche se povero

Il montaggio

Il montaggio è il terzo momento creativo che genera il film. Durante il montaggio si può davvero ripensare il film. Insomma farne un altro utilizzando in modo diverso il materiale girato, ristrutturandolo, ridefinendolo. Per questo non comprendo quei registi che pare proprio che non si impegnino nel montaggio: non appaiono infatti nei titoli a fianco del direttore del montaggio. Come se in questa fase abbandonassero il film dando a chi si occupa di montare le scene il comando di attenersi scrupolosamente alla sceneggiatura. In questo caso c’è da chiedersi come mai non sfruttano questa occasione di ripensare alcuni aspetti del film, sottolineare il senso di una sequenza, aggiungere significati.

Che cosa si può modificare in fase di montaggio? Innanzitutto il ritmo sull’asse del tempo. Sequenza: rapida – meno rapida – lenta nella durata delle inquadrature. Confrontate i film di oggi, per esempio gli americani e i francesi, noterete la grande differenza nel ritmo inteso in questo senso. E mi auguro che non siate già condizionati dalla cinematografia d’Oltreoceano al punto da non riuscire a comprendere la bellezza di un ritmo lento. Dobbiamo considerare che il ritmo, veloce o lento che sia, esprime sempre qualcosa. Una sequenza di inquadrature che si susseguono rapide danno il senso dell’incalzare degli eventi, mentre l’indugiare sulle immagini esprime il bisogno di soffermarsi su un’emozione o su un pensiero. Solo per fare un esempio.
Con ritmo si intende anche un procedere sull’asse dei contenuti. Pensiamo al montaggio alternato, cioè il film che mostra un personaggio, poi passa all’altro personaggio per ritornare sul primo e così via. Non certo per tutta la durata del film, ma per creare l’aspettativa dell’incontro tra i due personaggi. Oppure sempre sull’asse dei contenuti, insomma della vicenda, un procedere senza intoppi poi ecco un piccolo colpo di scena, qualcosa di imprevisto che segna una deviazione, che sveglia l’interesse, e così via sistematicamente fino al finale. Questo ritmo si può dare già a livello di sceneggiatura, è tipico delle commedie americane, genere in cui gli sceneggiatori di Hollywood sono bravissimi.
Con ritmo ancora si intende un procedere sull’asse del linguaggio, un’alternanza sapiente, ossia funzionale al risveglio dell’emozione o per la comprensione dei fatti, di suoni e immagini, di parlato e di silenzi, di inquadrature strette e di inquadrature ampie.
Quando assistiamo a un film certamente non pensiamo se quel ritmo intelligente che ci trasporta dentro la storia, l’ordine delle immagini e la loro durata  siano stati definiti nella sceneggiatura o se invece scaturiscano dalle scelte di montaggio. E se scaturiscono da tali scelte, quali di esse sono state suggerite al montatore dalla storia scritta? Con questo voglio dire che il film è unico, anche se, in modo più accentuato di altri prodotti artistici, in esso si distinguono differenti momenti creativi.

Il primo teorico del montaggio è un grande regista, il russo Ejzenstejn: “montare significa mettere insieme pezzi già pronti”. E pure con il montaggio creava metafore e analogie! A  me vengono in mente i puzzle ma soprattutto il momento in cui si inizia, senza angosce, siamo solo in due, non c’è da aspettare nessun altro, siamo a casa, non ci importa se piove, siamo al computer, non c’è bisogno di preparare né la scena né le luci. Assai simile al momento in cui si scrive, ma in questo c’è la pagina bianca che in certi giorni atterrisce. Invece adesso abbiamo tutto: i pezzi già pronti! Per Orson Welles “l’unica regia veramente importante ha luogo durante il montaggio…le sole immagini non bastano… importante è la loro durata e ciò che segue a ogni immagine…”.
C’è un’alternativa al montaggio. Il regista ha un’altra possibilità  per definire il film. E’ il piano sequenza. Cioè un film che è una sola sequenza senza stacchi o passaggi  ( transizioni ) tra momenti diversi, in quanto c’è un solo momento. Come quando uno scrive senza mai staccare la penna dal foglio. Il piano sequenza nascerebbe sul set e il film al termine sarebbe già pronto. Solo in teoria però, anche se  nella pratica si può prendere in considerazione. Hitchcock in Nodo alla gola del 1948 ha realizzato un film di otto piani sequenza di dieci minuti ciascuno ( lunghezza massima della bobina che può contenere la cinepresa ). E Jean Rouch ha ripetuto l’esperienza con Gare du Nord, un film composto da due soli piani sequenza.

 



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