Vignetta Massimo DonateoEmozionato, commosso, imbarazzato. Così Antonio Morello ha presentato nella sala Tito Schipa del Circolo Cittadino di Lecce la sua raccolta di poesie in vernacolo, edito da Officine Grafiche, a cura di Antonio Nahi, amico di vecchia data di Morello, autore della prefazione del libro e che ha anche introdotto la presentazione con tanto di letture.

“Camenando Camenando”, questo il titolo del lavoro, una metafora che raccoglie le esperienze del cammino di una vita lunga e difficile, a cominciare dalla disabilità di Morello, per una forte poliomelite contratta a soli sedici mesi, responsabile anche dell’emarginazione subita e dell’impossibilità di frequentare la scuola di Stato.
Antonio Morello si trasferisce a Lecce dove consegue la licenza media e comincia a frequentare il liceo, è stato tra i primi promotori della legge sui mutilati, si è interessato attivamente di politica, arte, musica, teatro e poesia. Ha pubblicato sue poesie anche in tre fortunate antologie di autori vari “Poeti di fine millennio”, “Cu la lingua te lu tata” e “Aspettando il Natale”, molte delle quali scelte anche per le antologie scolastiche.
La poesia, l’ispirazione di una vita, che emerge in questa raccolta accorata e appassionata, in cui il verso è un momento di vita che diventa poesia stessa, raccogliendo spunti dalla sofferenza. Una sorta di catarsi e sublimazione per mezzo dell’atto del comporre.
L’uso del dialetto non concede assolutamente nulla alla farsa, ma conduce i versi verso la poesia eroica, senza cedere all’arrendevolezza. La punteggiatura è abbondante, utilizzata come raramente accade oggi, per dare quella giusta enfasi e le pause per la lettura.
I componimenti sono divisi in settori, molti dedicati alle rose, altre a Lecce. Ed è la rosa bianca la metafora della sua musa ispiratrice e compagna di vita, sua moglie.
Presenti in sala anche le due poetesse artiste la Signora Montillo e la Signora Cacchioni che, con Nahi e Morello, hanno fatto parte di quel circolo di appassionati letterati della Rivista “Presenze Salentine”.
Mai come nelle poesie di Morello il dialetto assurge a funzione didascalica e fortemente evocativa, come probabilmente la lingua italiana non potrebbe fare.
Ma quello che resta a convincere alla lettura è quello scintillio vivo e fremente negli occhi di Antonio, nella voce rotta e in sussulto mentre legge di sè, una passione che trasmette facilmente e che, si intuisce,  nulla ha a che vedere con l’abbandono allo scorrere impervio della vita.

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