“allo specchio”: guardarsi allo specchio non per compiacerci come Narciso, ma per conoscerci  osservandoci; per ipotizzare motivi alla base dei comportamenti e delle modalità con cui ci poniamo in relazione con gli altri, con noi stessi, con gli oggetti; per comprendere il senso di alcuni modi di dire, di gesti e mimiche che esprimiamo, di posture che assumiamo.

Come nel poker

Nel gioco del poker non esiste il punto più alto. La scala reale massima vince la scala reale media, che è più forte della minima, ma questa non è l’ultima delle tre. Sono sullo stesso piano e il loro valore procede in cerchio; per questo la minima è più forte della massima. I giocatori non sono mai certi di vincere; sanno che fino all’ultimo, per assicurarsi la posta in gioco, si lotta e si rischia.

Quando l’uomo vive il suo momento migliore, sa che non è il massimo che può ottenere dalla vita. Potrebbe essere felice, ma non è soddisfatto perché sa che potrebbe ottenere di più. Questa coscienza lo rende ansioso, in continua ricerca.
Il tema della felicità è un argomento che affrontiamo raramente e ci affrettiamo a pronunciare la frase lapidaria: la felicità non esiste. Di conseguenza non vogliamo parlare delle persone che sembrano felici perché ci fanno provare invidia: le persone che hanno molto ( non parlo di beni materiali ) le ignoriamo, in quanto siamo, e vogliamo rimanere, convinti che la felicità non esiste.
Eppure anche queste persone, sia quelli che riconoscono di avere tanto, sia, ovviamente, quelli che non sanno di avere, raramente si dichiarano felici.
Il discorso sulla felicità a volte pure si affronta e si riduce   quando si vuole mistificare   alla frase: basta poco per essere felici. A parte la falsità, è sempre il possesso il punto di vista: molto poco accontentarsi non pensare che si può avere di più.
Voglio affrontare questo tema scabroso con lo scopo di allargare la cerchia delle persone consapevoli di «avere», però invito a cambiare punto di vista e a porsi di fronte alla vita come il giocatore di poker, che dentro di sé ha sempre voglia di confrontarsi, pur avendo sempre incertezza di vincere. Il vero giocatore infatti non è spinto dall’urgenza di possedere né dal bisogno di vincere ma dal desiderio di mettersi alla prova.
Così quando si vive un momento sereno controlliamo innanzitutto quel bisogno di avere di più che spesso insorge ad affliggerci. Penetriamo nel profondo degli eventi umani e accettiamone la fluidità. Scandagliamo la natura umana, fluttuante, in questo senso imperfetta, che si nutre di imperfezione, ossia di quella fluidità degli eventi che sono ad essa correlati. Poniamoci allo specchio con il massimo di benevolenza verso noi stessi e lasciamoci cullare, coi sensi svegli, dalle onde della nostra mutevole sensibilità, accettiamo l’altalena delle nostre capacità, soprattutto gli alti e bassi di ciò che ci succede.
Può accadere che la nostra voglia di vivere, lasciata libera, finisca per scegliersi definitivamente il suo spazio e che le nostre capacità si vadano precisando; che il nostro essere attenti riesca a controllare in una qualche misura gli eventi e le conseguenze che essi hanno su di noi. Purtroppo nella nostra cultura bisogna possedere qualcosa per essere felici, ma è necessario sviluppare la capacità di godere questo qualcosa, senza ansia né fatalismi, con la voglia del confronto continuo, con la tensione verso mete raggiungibili, con la curiosità per le cose che possono accaderci, con l’entusiasmo che si rinnova continuamente.