Nate dalla costola di Adamo, secondo l’Antico Testamento, ma preistorico simbolo di fertilità; emblema della famiglia ma anche del peccato originale; lodate dall’Amor Cortese nel Dolce Stil Novo, ma tacciate di stregoneria dopo neanche un secolo. Ancora vittime di pregiudizi tutti racchiusi nell’epiteto “il sesso debole”, ma alle volte troppo emancipate da aver quasi perso il fascino del mistero. Come diceva Oriana Fallaci “Essere donna è così affascinante. È un’avventura che richiede un tale coraggio, una sfida, che non finisce mai”.

Maria Callas

Una donna fragile, dominata dalla sua voce in primis, e poi dalla sua passione, e dal mito che il tempo e la sua straordinaria bravura le hanno costruito intorno: non amava le mondanità, eppure era immersa in quel mondo che poco le apparteneva. Era una donna ambiziosa, ma non ha mai nascosto le sue insicurezze e le sue inquietudini, “Voglio il meglio di tutto” era solita dire, ma soprattutto voleva il meglio da sé stessa. Descrivere la sua voce è impossibile, e l’unico aggettivo che possa rappresentarla, almeno in parte, è quello che le è stato del resto riservato sin dai suoi primissimi successi, “divina”.

Nacque a New York nel 1923 da genitori greci con il nome di Anna Maria Cecilia Sophia Kalogeropoulos, ma il cognome venne poi semplificato dal padre in Callas. Maria, che in famiglia era chiamata Mary Ann, si avvicinò alla musica sin da piccolissima, spinta anche da una madre senza scrupoli che aveva intravisto il suo talento e non faceva altro, per pura ambizione, che portarla da uno spettacolo all’altro, non facendole minimamente vivere la sua infanzia. Dopo la separazione dei suoi genitori, tornò in Grecia con la madre e la sorella, dove continuò a studiare canto e pianoforte, fino a diplomarsi al conservatorio.

Il primo grande successo arrivò nell’estate del 1945 nel ruolo della Leonora beethoveniana, la protagonista del Fidelio, ma la delusione per non essere di fatto diventata la prima donna del “Teatro Nazionale” di Atene, la situazione in cui versava la Grecia durante il conflitto mondiale e il desiderio di rivedere il padre la portarono a fuggire negli Stati Uniti. Si tratterà solo di una breve parentesi: dopo due anni si recherà in Italia, prima a Verona, poi a Venezia, e ancora a Firenze alle prese con “La Gioconda”, “Tristano e Isotta”, “Turandot”.
La svolta avvenne in modo fortuito: nel gennaio del 1949 venne convinta a sostituire il soprano Margherita Carosio nel ruolo di Elvira ne “I puritani”, al Teatro “La Fenice” a Venezia; fu un vero successo, che la portò poi a Milano alla “Scala” con l’ “Aida” dove anche se a fatica riuscì ad affermarsi, e poi ancora Firenze per la sua prima “Traviata”.
In questi anni conobbe Giovan Battista Meneghini, detto “Titta”, un ricco imprenditore, appassionato di lirica, che divenne suo marito nonostante la differenza di età, oltre ché suo agente, proprio nel periodo d’oro della sua carriera artistica. Sempre in questi anni cominciò la trasformazione della Callas che in soli due anni, dal ‘52 al ‘54 perse 29 chili, e iniziò a curare molto di più la sua persona.

Il primo incontro con l’armatore greco, Aristotele Onassis, avvenne nel 1957 ad un ricevimento organizzato in suo onore; l’anno dopo Onassis non volle esser da meno della sua amica giornalista, Elsa Maxwell, e diede un ricevimento a Londra, sempre in onore della cantante, che poi invitò a trascorrere le vacanze estive sul suo yacht insieme a Winston Churchill e consorte; dopo sole due settimane la “Divina” era già follemente innamorata di lui e lasciò Meneghin.
Da lì a poco iniziò il suo declino: le condizioni vocali, a causa del superlavoro, mostrarono dei segni di logoramento che la portarono in poco tempo a cadere in una vorticosa depressione che certo non la aiutò ad uscire dall’impasse canora in cui si trovava, e che inizialmente era ancora recuperabile. A peggiorare la situazione fu proprio il suo amante, Aristotele Onassis, che non solo la lasciò, ma per assecondare un disegno economico sposò la sorella di una sua vecchia amante, Jacqueline Kennedy, da poco vedova di John Fitzgerald Kennedy.

Nell’ottobre del 1973, dopo aver girato il film “Medea” di Pasolini, decise di intraprendere un tour mondiale con Giuseppe De Stefano, riorganizzò il suo assetto vocale, e se pure non riuscì a tornare al suo solito splendore, concluse la tournée più che dignitosamente, ma dopo la tournée si incrinò il rapporto non solo di amicizia che si era instaurato con il tenore, e ciò la portò al ritiro definitivo dalle scene, e nel 1977 alla morte per arresto cardiaco, probabilmente generato da un dimagrimento eccessivo, dall’insonnia cronica, e anche da un abuso di sedativi.

Si dice che la storia dell’opera si divida in due: in una avanti-Callas e in un dopo-Callas, e il segreto del suo mito si può scoprire proprio attraverso le sue stesse parole: “Non è sufficiente avere una bella voce, una bella voce cos’è? È nulla se non la si mette a servizio dell’espressione, del colore che permette di dipingere la gioia, la tristezza, la paura”. E la sua voce ha dipinto anche oltre tutto questo.

Informazioni tratte da:
L. Alberti, Maria Callas, 2004, Milano, Edizioni Mondadori.

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