Nate dalla costola di Adamo, secondo l’Antico Testamento, ma preistorico simbolo di fertilità; emblema della famiglia ma anche del peccato originale; lodate dall’Amor Cortese nel Dolce Stil Novo, ma tacciate di stregoneria dopo neanche un secolo.

Ancora vittime di pregiudizi tutti racchiusi nell’epiteto “il sesso debole”, ma alle volte troppo emancipate da aver quasi perso il fascino del mistero. Come diceva Oriana Fallaci “Essere donna è così affascinante. È un’avventura che richiede un tale coraggio, una sfida, che non finisce mai”.

Simone De Beauvoir

Se si volesse racchiudere tutto il suo pensiero in una sua frase, in molti sicuramente sceglierebbero questa: “Una donna libera è il contrario di una donna leggera”. Essere una donna libera, libera di vivere da sola, libera dai vicoli famigliari, sociali, culturali non era certo semplice all’epoca della Beauvoir. Noi, donne occidentali, attualmente diamo quasi per scontato il valore della libertà, ma scegliere la libertà negli anni cinquanta significava vivere una lotta continua, rapportarsi con un mondo ancorato a principi antichi e fortemente discriminanti. Lei, Simone, era una donna libera, una donna che ha sacrificato tutta la leggerezza alla libertà, facendo di quest’ultima il manifesto della sua vita. Simone è un esempio, un esempio di grande coraggio, una donna che ha osato e che ha vinto, facendo vincere tutte noi.

Nasce a Parigi nel 1908 da una famiglia alto borghese. Il suo sogno era quello di diventare un’insegnante, e per questo sin da piccola si dedicò con passione allo studio, anche se  già all’età di 14 anni, cominciò a sentirsi un po’ stretta nell’ambiente borghese e fortemente religioso in cui viveva. Studiò filosofia alla Sorbona, dove conobbe quello che diventò il compagno della sua vita, senza che venisse mai compromessa la sua libertà: i due, infatti, pur condividendo le stesse passioni e gli stessi interessi, pur girando il mondo, prendendo parte ai più grandi eventi politici e culturali dell’epoca, decisero non solo di non sposarsi mai, ma neppure di convivere.

Nel 1930 iniziò ad insegnare filosofia prima a Marsiglia, poi a Rouen e infine a Parigi. Lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale generò un forte cambiamento in lei, nel 1943 decise di lasciare l’insegnamento e di dedicarsi alla scrittura e alla politica. Prese parte, insieme a Sartre, del gruppo di Resistenza “Socialismo e libertà” e dal 1960 in poi intraprese, senza abbandonare quella che era la sua passione primaria, una serie di lotte contro il colonialismo, contro la guerra d’Algeria, contro l’abbandono degli anziani negli ospizi, contro la situazione in cui versavano gli studenti, e soprattutto contro la condizione della donna. Da qui nasce il suo saggio più famoso, scritto nel 1949, “Il secondo sesso”, nel quale Simone dimostra che la donna è inferiore all’uomo solo per una condizione socio-culturale, e non per leggi biologiche, come in molto credevano all’epoca.
Il suo talento come scrittrice viene ufficialmente riconosciuto nel 1954 con l’assegnazione del premio Goncourt per il romanzo “I mandarini”, quello che è considerato il romanzo esistenzialista per eccellenza poiché racchiude in sé un dibattito veritiero su quelli che erano i costumi dell’epoca.

Uno stile colloquiale quello dell’eroina dell’esistenzialismo, saggi e romanzi che danno l’idea di essere stati scritti per essere letti e compresi, e non solo da un pubblico “engagé”, ma anche per chi non vantava una cultura d’élite. Una forte dote comunicativa che si traduce nell’abbondanza di dialoghi e di sintassi modulata sul linguaggio parlato per presentare temi caldi, servendosi di basi filosofiche, psicanalitiche, antropologiche e sociologiche. Una scrittura lineare dunque, senza fronzoli, che parte da una cultura molto vasta e da padronanza completa della Beauvoir sui temi sociali che affrontava, non solo nei suoi scritti, ma ogni giorno.
Morì il 14 aprile del 1986, e venne seppellita nel cimitero di Montparnasse, a Parigi, accanto a Sartre, morto sei anni prima. Atea e agnostica, aveva una visione razionale della morte, ritenendola un evento che separa totalmente dalla vita vissuta in terra, un termine ultimo dopo il quale c’è il nulla; eppure in un certo senso si sbagliava:  la sua persona, i suoi scritti e suoi pensieri continuano a vivere in ogni “donna libera”.