E’ possibile incontrarle ancora in qualche paesino dell’entroterra dove regnano ancora retaggi del passato, o in qualche borgo di mare, in uno di quei tortuosi vicoletti dove sembra che il tempo si sia miracolosamente fermato.

D’estate, come tutte le popolane salentine, è semplice incontrarle sedute fuori dell’uscio intente a difendersi dall’afa agostana con il ventaglio di cartone a bandiera raffigurante San Rocco.
Sono le tipiche “macare”, “figlie della notte” come le chiamò Petronio, le ultime superstiti di un mondo antico, ancora superstite del progresso, i cui racconti sono stati tramandati dalla tradizione orale contadina.
E preparano magicamente ancora le fatture, come un tempo. Con loro ritrovare un innamorato fuggito è facilissimo: basta portare alla “macara” un qualunque oggetto da fatturare come una ciocca di capelli dell’amato bene. Ella prenderà un’arancia, simbolo del mondo, la bagnerà con la cera di una candela accesa, farà al centro un foro ed inserirà la ciocca. Legherà poi il frutto con uno spago, fissandolo bene con un nodo ed inizierà a ficcare abilmente aghi e spilli, ed a ogni puntura reciterà incomprensibili scongiuri.
L’arancia così fatturata sarà custodita sotto il materasso: essa diventerà un miracoloso portafortuna che farà ritornare l’amato perduto, ormai annodato al cuore della fanciulla come lo spago all’arancia.
Questa è una fattura delle più classiche ed elementari perché adopera un oggetto appartenente a chi si deve fatturare: in questo caso i capelli, rappresentanti una continuazione della persona stessa.
La figura delle “macare” si presenta come una poliedrica immagine dalle diverse sfaccettature su cui si riflettono le problematiche della società contadina del dopoguerra, particolarmente. E’ importante ricordare che nel loro ruolo di mediatrici culturali si presentano come le assolute detentrici di un atavico sapere simbolico e le sole abili a ristabilire situazioni al limite dell’ordinario e di restituire un vero e proprio ordine alla realtà.

CONDIVIDI