Mentre San Francesco d’Assisi ritornava dalla Palestina desiderò fermarsi a Lecce per fondare una comunità di religiosi. Accadde che un giorno, non riuscendo a sfamare i compagni, chiese umilmente la carità ad un devoto il quale, profondamente mortificato per non aver nulla da offrirgli, garbatamente rinchiuse l’uscio della porta.

Egli, per niente turbato, bussò una seconda volta chiedendo umilmente l’elemosina ed ottenendo la stessa risposta di prima. Riprovò una terza volta e l’uomo, a disagio per non poter accontentare il questuante, gli disse che in casa non aveva neppure un briciolo di pane, anzi proprio in quell’anno l’unico albero di arancio che possedeva in giardino non aveva dato alcun frutto.
San Francesco chiese di essere accompagnato vicino a quell’albero ed immenso fu lo stupore del padrone di casa quando notò che la sterile pianta era cresciuta rigogliosamente ed aveva un grande carico di frutti meravigliosi. Subito enormi ceste di arance  gli furono riempite e così potè sfamare i suoi confratelli.
Si narra a Lecce che l’”albero di San Francesco”, nonostante il trascorrere dei secoli, sia sempre rigoglioso e che le sue foglie numerose volte abbiano guarito infermi di ogni genere.

La leggenda narra che Lecce  sia stata fondata da Idomeneo re di Creta in seguito ad un evento terrificante. Idomeneo, nipote di Minosse, fu uno dei tanti mitici eroi che si coprirono di gloria durante la guerra di Troia. Dopo l’incendio e la distruzione della città, mentre ritornava felicemente in  patria con il cospicuo bottino conquistato, durante la traversata venne improvvisamente assalito da una sensazionale tempesta che minacciava di abbattere tutte le sue navi. Alquanto impaurito, fece voto al dio del mare Nettuno d’immolargli la prima persona che avrebbe incontrato scendendo dalla nave nella sua isola, purchè si fosse evitata la catastrofe. Il dio accolse la sincera preghiera dell’eroe, la tempesta si placò ed egli potè riprendere serenamente la navigazione per tornare finalmente a Creta.
Ma il destino desiderò che il primo a corrergli incontro appena sbarcato fosse il figlio che, contento di rivedere l’adorato padre dopo molti anni di lontananza, si precipitò ad abbracciarlo. Per l’eroe la felicità del ritorno  si tramutò d’improvviso in uno spaventoso conflitto e nel suo animo divampò la lotta tra l’amore di padre, che lo spingeva a venir meno alla promessa rivolta al dio, e l’impegno assunto che gli imponeva di adempiere al voto.
Su di lui ebbe il sopravvento la paura dell’ira e della vendetta di Nettuno, motivo per cui immolò il figlio.
Il tremendo crimine suscitò l’indignazione della popolazione che non riconobbe più il parricida come proprio re, anzi stabilì che egli si allontanasse dall’isola e partisse esule.
Idomeneo, profondamente da tutti odiato ed odiandosi lui stesso per il misfatto compiuto, andò ramingo di costa in costa alla ricerca di una nuova terra ospitale che potesse accoglierlo. Dopo un lungo ed estenuante vagare toccò le coste della Japigia e qui fondò Lecce e, forse, anche altre città salentine come Castro, Diso, Galatina, Nardò e Soleto.

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