Un giovane deejay che riesce a sorprendere e suscitare interesse, nato con la predisposizione verso la musica. Nei suoi dj set propone buona musica da ascoltare, riuscendo a captare l’attenzione di molti.

Partiamo dalle tue origini artistiche, quando hai iniziato a interessarti alla musica?

Con la predisposizione verso la musica si nasce: c’è chi l’ascolta e chi la sente. Io inizialmente la sentivo, poi, ho cominciato ad ascoltarla. C’è chi resta nel primo stadio per tutta la vita.

Background musicale…come te lo sei costruito?

Costruito è un termine che mi piace perché presuppone fatica. Però, mi fa pensare a un palazzo, a un processo che parte dal basso e che si eleva, un processo di sedimentazione. In realtà preferisco pensare alla cultura musicale (e non solo) come a un cerchio, sempre più grande, che si espande senza limiti. Nessuno può dirsi soddisfatto della propria cultura, perché la musica è infinita. Un dj gira intorno a questo cerchio, come una ruota panoramica perennemente in moto. I miei genitori ascoltavano Celentano, Nino D’angelo, Julio Iglesias. L’avanguardia era rappresentata da Gianna Nannini. Io ho sempre cercato di spingermi oltre, ma è dura quando sei limitato dal gruppo di persone che conosci. La rivoluzione fu il web: me ne servii bene perché venivo da un tipo di approccio “vecchio”, da lettore di libri. I ragazzi oggi hanno enormi possibilità col web, ma hanno l’approccio sbagliato: fagocitano tutto, non assaporano nulla. Anche perché poter avere tutto, alla fine, è come non poter avere nulla.

Descrivici i tuoi “attrezzi del mestiere” e il tuo rapporto con la tecnologia.

Odio i PC, e invidio chi riesce a usarli bene. Non ci prendiamo proprio, lui non mi risponde, ed io se potessi non gli chiederei nulla. Però ad esempio, per internet, me ne servo, e gli sono molto grato, basta che sia veloce. I miei dj set li creo con due cdj e un mixer, mi basta quello, purché abbiano i loop. Ah, dimenticavo: aggiungerei una piccola cassa spia. Non mi pare di pretendere molto. Eppure, sono cose che ottengo raramente.

Qual è il disco che hai ascoltato più volte in vita tua?

Non saprei risponderti, sinceramente. I dischi che ritengo più belli li ascolto raramente. Sono un bene prezioso, che non va inficiato dall’abitudine. A tutto ci si abitua, anche alla bellezza. Io preferisco ricordarmene di tanto in tanto, raramente. E’ il mio piccolo trucco per sorprendermi.

Che cosa proponi nei tuoi dj set?

Mi viene da ridere. Probabilmente, non lo so nemmeno io. Una cosa però posso dirla: c’è musica, e non rumore. E se mai ci fosse rumore, sarebbe consapevole e funzionale. Per me un dj set è come un frullatore cosmico: invece di banane, fragole e mele c’è la musica, che ha molti più gusti della frutta. E come per la frutta, non si butta via nulla: dai suoi semi nascono nuove piante. Sono anni che quotidianamente, mi comporto da buon giardiniere. Se ci pensi poi, noi mixiamo ogni giorno: quando cambi marcia con l’auto, stai mixando. Quando regoli col miscelatore la giusta temperatura dell’acqua, anche. Mentre scrivi, idem, usi le parole come brani. Vedi? Siamo tutti dj.
Spesso, durante un mio set, vedo persone con il punto interrogativo stampato in volto, altre che alla domanda: “Cosa passa Michele Mininni?” ti dicono “boh!”. Non ti nascondo che io di questa cosa ci godo, e parecchio pure. Il problema è che si tratta di un godimento masochistico: se non sai cosa sei, non sei nulla, non hai un “posizionamento” sul mercato, come dicono i guru del marketing. Ma siccome il mio mercato qui non esiste, preferisco posizionarmi dove mi pare, purché sia sempre una posizione scomoda.

Come vedi la situazione attuale a livello musicale?

Ci sono tanti ragazzi bravi, parlo soprattutto di gruppi musicali. Riguardo i dj il discorso cambia, la qualità scende drasticamente.
Il problema è che da noi devi essere più furbo che bravo, e vedi, la furbizia non va d’accordo con la creazione: un artista non può perdere tempo a essere furbo.
Per il resto, mi autocensuro: bip.

Torniamo alla consolle, ci racconteresti un episodio della vita di dj che non dimenticherai mai?

Ricordo un periodo, l’estate del 2008. Ero resident in un posto molto bello, un pre-disco di Taranto dove gravitano tante persone in stagione. Fu un piccolo caso: un alieno sbarcato in consolle, lontano dai palinsesti “ufficiali” della città, praticamente sconosciuto, che metteva dischi proprio lì (mi guardo bene dall’usare il termine suonare: io suono soltanto citofoni e campanelli) suscitando reazioni positive nella gente. Vado fiero di quel periodo, perché per me, quei due mesi, rappresentarono una piccola rivoluzione, alla quale si poteva dare un seguito importante. L’anno dopo ci tornai, sempre come dj. Lo scorso anno anche, ma da cliente. Furono così lungimiranti da licenziarmi.

Hai un particolare progetto ideale e concettuale cui arrivare come massima aspirazione?  Insomma, il tuo sogno nel cassetto e il massimo ideale artistico da perseguire?
La parola “arte” mi mette paura, mi fa sentire inadeguato. Gli artisti sono pochi, lasciamoli in pace, hanno già troppi fallimenti da sopportare.
Riguardo quel cassetto, beh, non lo apro da molto tempo, c’è puzza di chiuso. Però io so cosa c’è dentro. Non è una meta, né tantomeno un segreto: sono semplicemente io, al mio meglio.

Siamo alla conclusione, grazie per il tempo dedicatoci. A te l’ultima parola…

Amore.

 

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