A Gallipoli, la “città bella” per antonomasia, in una chiesa c’è il Brutto in assoluto, la personificazione del male, della bestemmia, del diavolo. E’ il cosiddetto “Mallatrone”, una statua lignea realizzata nel secolo XVII dallo scultore gallipolino Vespasiano Genuino.

Il celeberrimo Gabriele D’Annunzio, venuto qui nel lontano luglio del 1895 per vedere il “dannato”, lo trovò particolarmente brutto da definirlo addirittura… attraente! Il “più bel brutto dell’arte italiana” con la sua orrida bellezza gli ispirò meravigliose pagine nella “Beffa di Buccari” ed in “Faville del maglio”.
Il “Mallatrone” lo si può ammirare nella chiesa di San Francesco D’Assisi, la più antica e prestigiosa chiesa gallipolina, ricca di raffinate opere d’arte, tra cui dipinti, statue, bassorilievi, un organo settecentesco ed un presepe di pietra.
Internamente c’è la cappella della Crocifissione, dal popolo denominata “la cappella te lu Mallatrone” costituita da un trittico in cui il Cristo non c’è più; rimangono invece le due croci con le statue lignee dei due malfattori che col Cristo furono giustiziati sul Calvario. Ma mentre il Buon Ladrone lascia indifferente il visitatore, il Mal Ladrone invece, cattura subito l’attenzione per la sua espressione cinica, repellente, il suo atteggiamento collerico, irriverente, perverso, quasi orgoglioso di essere privo della grazia divina ed aver preferito l’inferno quale ovvia prosecuzione della sua avventura terrena.
Ha gli occhi torbidi e sanguigni, tipici di chi è avvezzo ad ogni specie di cattiveria, un riso beffardo al limite dello sprezzo, i denti digrignanti ed un aspetto così terrificante da sembrare vivo. Ed intorno a questa superba personificazione della cattiveria umana, dove ognuno ritrova un po’ di se stesso, sono fiorite molte leggende. Una di esse narra che ogni qualvolta vengono rifatte le vesti per coprire il suo corpo orripilante, immediatamente dopo esse ridiventano lacere e disfatte: è lui che di notte se le strappa con gli orribili denti.
Ma il popolo non gli ha mai perdonato il suo sprezzante rifiuto della grazia e perciò contro di lui, fino a qualche tempo fa, si scagliavano prontamente il disprezzo e l’ira dei fedeli. Infatti, durante le liturgie pasquali, era consuetudine inzuppare una spugna nell’aceto che, legata ad una canna, si passava sulle labbra del dannato in segno di vendetta.
Eppure questa figura di condannato alla perdizione appartiene alla nostra cultura e memoria salentina, anzi, dell’intera umanità.

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