BastetZara mi viene incontro alla minima percezione del mio ritorno a casa. Spesso la ritrovo pronta ad accogliermi dietro al portone. Entro, mi avvicino e faccio per porgerle la mano sul capo. Lei non aspetta le mie carezze, le cerca, sollevandosi sulle zampe posteriori.

Un comportamento degno del più fedele cane da compagnia. Quando esce di casa, però, e la ritrovo per strada, cambia. Come se sentisse un richiamo ancora più forte del mio. Parlo naturalmente della mia gatta! Avevo letto di quanto sia complessa la psicologia di un gatto, ma non avrei mai pensato che lo stesso, affettuoso con il padrone, diventasse all’improvviso diffidente, guardingo e quasi selvaggio. Com’è possibile che la sua personalità possa cambiare dall’interno di un appartamento alla strada? Una spiegazione, in realtà, non c’è. Forse, tutto questo si può ricondurre all’indole dei felini che possono accettare di vivere accanto all’uomo, ma non per l’uomo. Il fatto che in tanti e tanti anni di vita domestica il gatto si dimostri tutt’ora geloso della propria libertà, non curandosi nemmeno delle persone con le quali vive, rimane un mistero che probabilmente non riusciremo mai a comprendere del tutto. Il passaggio da animale selvatico a compagno dell’uomo, comunque, è avvenuto piuttosto di recente rispetto a quello di molte altre specie anche se non si sa precisamente quando ebbe inizio. Resti fossili di gatti, oltre a cani, capre, buoi e altri animali sono stati ritrovati insieme a quelli umani nella Mesopotamia, la cui datazione risalirebbe a circa 15.000 anni fa. In Egitto, invece, le prime testimonianze iconografiche del gatto comparvero solo nel 4.000 a.C.
Il suo addomesticamento era una pratica molto frequente e il popolo nutriva una grande considerazione. In ogni caso, sembra che questo processo fosse coinciso con lo sviluppo dell’agricoltura. Nelle terre d’Egitto, per esempio, popolazioni nomadi di origini diverse si spostarono nelle zone più fertili in prossimità del Nilo, stabilendosi lungo la valle. La sopravvivenza di queste prime comunità si basava principalmente sulla raccolta dei cereali che presto, però, finirono per attirare i piccoli roditori. Fu allora che il popolo riconobbe nel gatto selvatico un rimedio naturale alle razzie compiute da questi animali. Alla sera si cercava sempre di allettare il suo appetito, lasciando per terra ossa o lische di pesce. Il gatto, mosso dall’istinto naturale della caccia, non certo per un senso di dovere, divenne presto un gradito ospite del villaggio. Egli poté muoversi e nutrirsi liberamente, approfittando anche degli avanzi di cibo, in cambio, forse, di qualche timida carezza.
Tanti furono gli onori riservati al gatto, in virtù del prezioso lavoro che svolgeva per l’agricoltura, ma, anche e soprattutto, per il suo eccezionale carisma. L’elegante taglio degli occhi, il regolare disegno del muso e la sorprendente mobilità delle sue orecchie conferiscono al gatto un’espressioneZara misteriosa che ha sempre esercitato sull’uomo un grande fascino. Come prova della sua sacralità, oltre ad essere raffigurato in antichi graffiti e sculture, è presente in alcuni monumenti costruiti durante importanti dinastie egizie. Baste o Bastet, dea della fertilità e della casa, onorata nella città di Bubastis (la moderna Zaqaziq) che sorgeva nella valle del Nilo a circa 80 Km. dal Cairo, era raffigurata come una donna con la testa di gatto. Miù, Emu o Mau furono i nomi che lo stesso popolo di Bubastis diede a questo felino, volendolo indicare come simbolo di luce divina. Gli Egizi erano soliti consacrare i propri figli dinanzi a un gatto e indossavano per tutta la vita un medaglione con la sua effige, affinché la stessa li proteggesse. Con le più terribili sofferenze venivano puniti coloro che si rendevano responsabili della sua morte. Diodoro Siculo riportò il caso di un romano, reo di aver ucciso in Egitto un gatto: l’uomo finì per esser processato e addirittura condannato a morte. I giudici, evidentemente, pur non temendo in modo particolare un incidente diplomatico con Roma, preferirono ripagare la vita del felino, sapendo che la folla, se ciò non fosse avvenuto, avrebbe cercato di porre fine alla loro. La dipartita del gatto veniva sempre accompagnata da grandi manifestazioni di cordoglio.
Sopraggiunta la morte egli godeva addirittura dello stesso trattamento riservato ai faraoni: l’imbalsamazione. Il corpo lo si avvolgeva con delle bende di lino e in corrispondenza del capo venivano disegnati il muso, gli occhi, il naso e i baffi. Eppure, secondo quanto testimoniano le pitture dell’epoca, gli stessi uomini che credevano nella sacralità del gatto non disdegnavano l’idea di servirsene per scopi di semplice utilità, quali per esempio la caccia perpetrata agli uccelli acquatici nelle paludi.
Nel corso della storia, però, non sempre il gatto si rivelò utile agli egiziani: si narra, infatti, che nel 525 a.C. il re persiano Cambise, conoscendo la grande adorazione che il popolo egiziano riservava al gatto, pensò di utilizzare uno strano espediente per giungere al cospetto di Pelusio, città che sorgeva nella parte più orientale del delta del Nilo. L’esercito da lui guidato fu preceduto da una moltitudine di felini. Alcune fonti sostengono che addirittura i gatti sarebbero stati legati sugli scudi dei soldati. Gli egiziani, vedendoli, deposero immediatamente le armi per paura di ferirli, concedendo a Cambise una vittoria che sarebbe stata poi determinante per la caduta del faraone Psammetico III. La resa degli egiziani, tuttavia, servì a custodire inviolato l’onore di Bastet.
(prima parte)

Fonti storiche tratte da “Natura Viva” Enciclopedia sistematica del regno animale, Vallardi Edizioni Periodiche – Milano 1959.

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