Jojo“Scocca la mezzanotte, una donna silenziosamente scivola giù dal letto. Dopo aver assolto ai doveri di moglie e di madre durante il giorno, sembra quasi che a quest’ora uno spirito voglia prendersi gioco di lei.

Più tardi, si appresta a preparare un intruglio, facendolo bollire in un grande pentolone, con fare cauto, per evitare che il marito e i figli si sveglino. Poi, cospargendosi la pianta dei piedi, le ginocchia, il palmo delle mani e la fronte con lo stesso, sussurra a bassa voce: “de subbra a scorpi, de subbra a pariti, sutta lu noce me mina lu vientu” che tradotto suona così “da sopra ai rovi, da sopra ai muretti, sotto il noce mi porta il vento”. A poco a poco il corpo della donna acquista la fisionomia di un enorme gatto dal pelo nero e lucente che, come per incanto, finisce nel ritrovarsi ai piedi di un albero di noce. Presto altri dodici gatti neri lo raggiungeranno, accompagnandolo in una danza sfrenata. Al termine del rituale, i felini trascorreranno la notte a girovagare per i tetti delle case, punendo i bambini cattivi e tormentando gli adulti, dai quali si cercherà vendetta. Alle prime luci del mattino queste creature ritorneranno ad essere donne che dovranno inventarsi qualcosa, pur di giustificare i segni sul corpo delle loro scorribande notturne”.
È la leggenda di queste streghe salentine, conosciute con il nome di stiàre, la dimostrazione di come, nella superstizione popolare, si incontrino tracce di antiche credenze medioevali, quando il gatto, quello nero in particolar modo, veniva considerato un animale malvagio, complice, se non addirittura incarnazione, di maghi e fattucchiere. Nulla a che vedere, quindi, con la creatura divina che contribuì al benessere di una delle più grandi civiltà del passato. Nonostante l’Egitto ne proibisse l’esportazione, il gatto venne introdotto nel Vicino Oriente, i cui popoli lo accolsero trattandolo con il massimo rispetto.
A tal proposito, tra le tante leggende che lo riguardano, ve n’è una musulmana piuttosto significativa. Si racconta che Maometto avesse una gatta di nome Muezza che adorava così tanto da permetterle di dormire sulla manica della sua veste. Un giorno, il profeta dovette andarsene per pregare proprio mentre la gatta riposava e per non disturbarla preferì tagliarsi la manica. Al suo ritorno, Muezza gli si inchinò davanti e Maometto le accarezzò per tre volte il dorso, donandole sette vite e l’abilità di ricadere sempre sulle zampe. In quest’ultimo caso, si tratta in realtà di un movimento riflesso grazie al quale, il gatto, sospeso nel vuoto, riesce a rigirarsi e terminare il volo cadendo dritto per terra, proteggendo in tal modo la spina dorsale.
Incerto è il periodo in cui il gatto comparve in Europa. Si ritiene tuttavia che la discendenza dei primi gatti domestici sia da ricercare nelle popolazioni selvatiche locali di “Felis silvestris silvestris” e non negli animali adorati e allevati in Egitto. Questi ultimi, infatti, come dimostrano le mummie feline scoperte nelle necropoli, appartenevano ad una specie differente, quella cioè del gatto selvatico africano (Felis silvestris lybica). Secondo alcuni, già nel V secolo a.C. parecchi gatti domestici abitavano le regioni europee, altri, invece, sostengono che la loro comparsa sia avvenuta in epoche molto più recenti. Gli antichi greci e romani non lo videro mai come un essere superiore, sebbene venisse rappresentato su vasi, reperti in marmo, monete e sculture, e se ne servirono soltanto per la caccia ai topi, in precedenza attuata con la faina.
Nell’Europa centrale e settentrionale, il gatto domestico comparve soltanto nel IX-X secolo d.C., vivendo, per certi versi, una situazione simile a quella egiziana: nel Galles, una serie di norme disciplinava, infatti, l’acquisto o la vendita degli animali. In caso di furto o di uccisione, il responsabile andava incontro al pagamento di un’ammenda o addirittura alla prigione. Anche in quei Paesi cominciarono a diffondersi sui gatti strane superstizioni cheAchille ancora oggi vivono in molte persone, rimanendo spesso inconfessate. Il Medio Evo non fu un periodo facile per i felini, torturati e condannati al rogo proprio per l’eco di queste credenze. Nelle Fiandre, per esempio, il popolo era solito massacrare e raccogliere il maggior numero di gatti che poi buttava da altissime torri. Questa macabra usanza avveniva ogni anno nella seconda settimana di Quaresima. La stessa Chiesa perseguitò il gatto in quanto simbolo pagano delle forze occulte e demoniache. Il suo sterminio, però, si ritorse drammaticamente sull’uomo, portando ad una proliferazione di topi e ratti che contribuirono nel diffondere pericolose epidemie in quasi tutta l’Europa. Si può considerare, comunque, il gatto come un animale davvero universale per aver seguito l’uomo quasi ovunque. In alcuni Paesi, come la Thailandia e la Birmania, egli veniva rispettato quasi al pari di una divinità, mentre in Cina addirittura ingrassato per poi esser mangiato. La Gran Bretagna, invece, fu il primo Paese che gettò le basi per un suo allevamento controllato. Molte delle razze feline oggi riconosciute, alcune di grande pregio, sono state attuate proprio in Inghilterra, attraverso un intelligente lavoro di selezione.
Liberi dai luoghi comuni del passato, Zara, Jojo, Achille… Figaro, Rigo, Wiston, Nanà… vivono con noi una situazione favorevole, degna dell’esser gatti. Non più accostati agli dei, non più portatori di disgrazie, solo compagni di vita, a volte diffidenti, solitari, o un po’ ladri, ma pur sempre presenti e molto molto affettuosi! 
(seconda parte)

Fonti storiche tratte da “Natura Viva” Enciclopedia sistematica del regno animale, Vallardi Edizioni Periodiche – Milano 1959.

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