Vignetta Massimo DonateoIl film-maker è una figura professionale  – anche un’attività amatoriale – apparsa in questi ultimi decenni in cui lo sviluppo tecnologico ha permesso la nascita di un cinema indipendente anche se povero

Gli interpreti: cinema e teatro

Il set è la scena. La scena può animarsi e “parlare” attraverso gli oggetti. Se è questo che il regista vuole, fa muovere inquadrature e luci. Esempi per eccellenza sono i film di Carl Mayer, Fritz Lang, Murnau, esponenti dell’Espressionismo tedesco nei primi decenni del Novecento. Una inquadratura particolare, dal basso in angolo, ombre giganti, lame di luce: gli oggetti si impongono, dominano, spaventano.
Ma di regola ad animare la scena sono gli attori, che siano professionisti o non; e chi li dirige ovviamente è il regista. L’intervento del regista però non è solo sul set. Il set è il momento conclusivo. Il regista individua, sceglie, prepara gli interpreti, prima del set; e sulla scena  suggerisce, stimola, propone ma accetta anche un movimento, un gesto, una inflessione, spontanea o meditata dell’interprete.
E’ necessaria una premessa: distinguere ciò che devono saper fare gli interpreti a teatro da ciò che devono saper fare al cinema.
Sul palcoscenico gli interpreti sono attori. Nessun regista ha mai pensato di utilizzare interpreti non professionisti. Sul set invece gli interpreti possono essere persone senza nessuna esperienza di interpretazione di ruoli. Rossellini, Visconti, De Sica. E prima e altrove: Flaherty, Ejzenstejn, Malraux. Per citarne alcuni. Questi registi hanno dimostrato – e non era difficile ipotizzarlo –  che sul set si può fare a meno delle competenze recitative degli interpreti: dalla dizione alla voce impostata, al dominio dei toni e del volume; che addirittura si possono aggirare anche le capacità interpretative: entrare nel personaggio, esprimerne le emozioni; è necessario  invece che l’aspetto fisico, il comportamento in genere siano convincenti, che insomma la persona sullo schermo appaia come “veramente” il personaggio di cui si racconta la storia.
Nel grande cinema si è andata formando col tempo una professionalità, quella del direttore del casting, il collaboratore del regista che studia la sceneggiatura allo scopo di individuare gli interpreti adatti ai vari personaggi.
Un’altra differenza importante da tenere in considerazione è che nel teatro non c’è il primo piano, nel cinema sì. Se consideriamo gli aspetti positivi ciò è a vantaggio del cinema, per le potenzialità espressive di questa inquadratura. In tal caso però torna necessario l’interprete attore, altrimenti il regista e il fotografo devono inventarsi piani inclinati, luci e ombre per rendere espressivo un volto che non lo è.
Una volta individuati e scelti gli interpreti si pone un’alternativa, soprattutto per quanto riguarda coloro che dovranno interpretare personaggi minori, e cioè: gli interpreti arrivano sul set quando è il loro turno, gli si mostra il copione e la battuta che dovranno interpretare, li si riprende tante volte finché il regista non è soddisfatto; oppure già da prima di avviare il set tutti gli interpreti si incontrano, studiano e commentano la storia e i personaggi, un po’ come accade a teatro. C’è chi sceglie la prima modalità, e gli attori ( ma anche i non attori ) si lamentano; e c’è chi sceglie la seconda e organizza per tempo dei laboratori finalizzati al film.
Penso che nel cinema povero conviene al regista formare un gruppo  di interpreti cui attingere per i suoi film e quindi fare di ogni film un’occasione di stimolo all’arte interpretativa. Naturalmente se il regista dà importanza e crede nella forza espressiva del gesto, della mimica, della frase.
A questo punto sorge l’ultima questione, che accomuna teatro e cinema. Si possono scoprire – proprio durante la preparazione prima del set – dei veri e propri talenti in persone che non hanno esperienze in tal campo, e dunque sono carenti per quanto riguarda il bagaglio professionale dell’attore ma sono in grado di “entrare nel personaggio”.
Si può mettere sul tappeto la problematica di base dell’arte drammatica, con semplicità e mirando al film. Si può dire agli interpreti che hanno sostanzialmente tre strade, e devono sceglierne una: essere se stessi e fare proprie le vicende della storia; essere l’altro, cioè il personaggio da interpretare e vivere la storia come la vive lui, dissociandosi da se stessi e calandosi totalmente nei suoi panni; oppure vivere sì la storia come la vive lui, ma senza un pieno coinvolgimento, in modo controllato e misurato, consapevole, per evitare eccessi e cadute, mantenere una coerenza interna. A questo punto qualche lettore commenterà che è da pazzi proporre la terza via a chi è alla prima esperienza in assoluto. E’ vero, è da pazzi, ma si tratta di tentare, saggiare, nel tentativo di scoprire. Voglio suggerire ai registi sensibili all’arte interpretativa di cercare, perché esiste, ( come esiste il pittore naif o il poeta sgrammaticato ) chi possiede queste capacità, sia pure allo stato embrionale.
Per uno dei miei cortometraggi avevo bisogno di una donna molto anziana che doveva interpretare “la saggezza” . E ho trovato una signora di 95 anni, una casalinga, che da giovane aveva sognato di fare la pianista. E infatti suonava il piano, seguiva molti spettacoli alla televisione, quelli più intelligenti, mostrava di avere una sensibilità artistica. Appena le ho fatto la proposta ha accettato e quando poi le ho illustrato la storia e il suo personaggio è stata entusiasta.
Abbiamo fatto alcuni provini, è stata eccellente, e ho capito che potevo proporle la “terza via”.
Sul set è stata serena e controllata, entrava e usciva dal ruolo con disinvoltura, come una professionista.

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