Con sentenza n. 1358/11, il Tar Puglia, Sezione I^ di Lecce (pres. Cavallari, est. Lattanzi) ha accolto il ricorso con cui il Comune di Otranto aveva impugnato il decreto 16.11.2010 con il quale il Ministero per i Beni e le Attività Culturali, tramite il Direttore Regionale per i Beni Culturali e Paesaggistici della Puglia

e su segnalazione della Soprintendenza Archeologica di Taranto, aveva dichiarato di interesse particolarmente importante il “tratto di mare antistante il Centro Antico di Otranto”, sottoponendolo a vincolo diretto ai sensi degli artt. 12 e ss. del D. Lgs. n. 42/04. E ciò sul presupposto che lo stesso fosse “caratterizzato da una grande quantità di materiale ceramico disperso sui fondali e concrezionato agli scogli e dalla presenza di strutture semisommerse”.
Con tale provvedimento l’Amministrazione per i beni archeologici aveva in realtà posto il  vincolo su un tratto di mare molto esteso, addirittura più ampio dell’attuale centro urbano di Otranto, includendovi di fatto non solo tutta la baia racchiusa dal tratto di costa che corre dal faro della punta sino alla stazione marittima del Porto di Otranto, ma anche un ulteriore ampio tratto di mare aperto al di là del molo S. Nicola, l’attuale braccio principale del porto.
Un’area interessata dai progetti del porto turistico interno ed di quello nuovo esterno che la Città ha l’aspettativa di veder realizzati quanto prima.
Il Sindaco e l’Amministrazione Comunale non hanno condiviso il metodo e i contenuti della procedura di vincolo attivata dalla Soprintendenza, tanto più perché intervenuta quando i procedimenti per l’approvazione del porto turistico esterno e dell’approdo interno erano ormai giunti ad uno stadio avanzatissimo. Si è temuto l’elevato rischio ed il timore di aggravi procedimentali che avrebbero potuto rendere pesante non solo l’iter approvativo dei progetti, ma anche ogni singola opera o trasformazione edilizia all’interno della baia.
Da cui la decisione di ricorrere al Tar contro il decreto di vincolo archeologico, incaricando dell’impugnazione l’Avv. Mauro Finocchito.
Col ricorso, il legale del Comune ha censurato il vincolo archeologico sotto molteplici profili, rilevando che il decreto reca in allegato una planimetria catastale ad amplissima scala senza identificare i punti geografici; che la planimetria estende il vincolo anche alla zona antistante la città nuova; che il decreto non indica i dati identificativi dei materiali ritrovati e della presumibile ubicazione degli stessi; che gli unici due rinvenimenti ritenuti importanti di fatto non esistono; che comunque questi rinvenimenti riguardano solo il molo di S. Nicola; che non sono stati indicati sopralluoghi o rilievi planimetrici o fotografici che riconducano al porto di Otranto il luogo di rinvenimento; che nel decreto non sono specificate le sopravvenienze archeologiche o le ragioni giuridiche per le quali si renderebbe necessaria l’apposizione del vincolo solo ora, distanza di 60 anni dal primo rinvenimento e di vent’anni dall’ultimo.
Per i Giudici amministrativi deve ritenersi indefettibile, ai fini di un corretto esercizio del potere interdittivo, un’adeguata identificazione del deposito archeologico, accompagnata dalla precisa localizzazione dell’area in cui lo stesso si presume esistente, di modo che l’imposizione del vincolo diretto cada su una superficie effettivamente interessata dai reperti congruamente individuati, quanto a rilevanza, consistenza, estensione e ubicazione del relativo deposito: elementi che nella fattispecie sono stati ritenuti carenti.
Inoltre, occorre evitare che l’imposizione della limitazione sia sproporzionata rispetto alle finalità di pubblico interesse cui è preordinata; mentre il vincolo di specie non dà conto di una adeguata indagine istruttoria compiuta in sito, ma sostiene genericamente l’esistenza di “grande quantità di materiale ceramico, soprattutto anfore da trasporto di tipi ed epoche diverse, recuperata nel tempo sui fondali marini e indicata come proveniente ‘dal porto di Otranto”. Gli unici due rinvenimenti di maggiore importanza, cioè “un relitto con carico di sarcofagi in marmo” e “elementi strutturali semisommersi, in conglomerato cementizio” sarebbero – secondo la stessa relazione della Soprintendenza allegata al decreto –  il primo “obliterato dalla costruzione del molo San Nicola“, i secondi in conglomerato cementizio e, comunque, risalenti  ad epoca moderna.
Da cui l’annullamento del decreto di vincolo archeologico sull’intera baia.
Ove il vincolo fosse stato confermato – osserva il Sindaco – sarebbero stati vietati all’interno della baia tutti gli interventi ritenuti incompatibili con il carattere storico o arti-stico di preesistenze archeologiche solo presunte, a prescindere dalla loro originaria od attuale ubicazione. Si sarebbe potuta ritenere incompatibile, ad esempio, l’istallazione di una banchina di ormeggio, anche mobile, dovendosi la stessa ancorare al fondale tramite i cc.dd. corpi morti; e persino il fissaggio di boe di ormeggio, operazione che all’interno della rada del porto avviene quasi quotidianamente, con tutto ciò che ne deriverebbe in termini di tempi e di costi sull’economia locale connessa alle innumerevoli attività mercantili e diportistiche che gravitano attorno al porto di Otranto.
Esprime soddisfazione per il risultato ottenuto il Sindaco di Otranto, il quale però non esclude di aprire un nuovo confronto con la Soprintendenza, nel reciproco rispetto dei ruoli istituzionali, teso ad individuare le soluzioni necessarie per tutelare i luoghi senza vessare inutilmente l’iter procedurale legato ad alcune attività e agli interventi portuali, compatibili, che si vogliono realizzare ad Otranto.
Ad ottobre sarà discusso anche l’altro ricorso proposto dall’Amministrazione Comunale contro il decreto di vincolo per la tutela di alcune valenze monumentali cittadine, relativamente alla visuale dal mare.
Anche in questo diverso caso il Comune di Otranto non contesta affatto le esigenze e le opportunità di tutela dei beni monumentali, quanto piuttosto le modalità generiche ed indiscriminate di imposizione del vincolo, non correlate ai singoli beni, ma esteso ancora una volta ad un tratto di mare enorme e sproporzionato rispetto alle effettive esigenze di tutela, scevre da qualsiasi considerazione di tutti gli ulteriori interessi di diversa natura gravitanti sull’area portuale ed all’interno della baia.

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