Il Counseling si sta rapidamente diffondendo ed è in crescente espansione in Italia, tuttavia per il senso comune e a volte anche per gli “addetti ai lavori” è ancora un concetto piuttosto vago. Si sa che, più o meno, si colloca nella vasta famiglia delle professioni d’aiuto e delle attività psicologiche, ma è spesso difficile operare una distinzione tra le diverse figure del counselor, dello psicologo e dello psicoterapeuta.

Una delle ragioni che determinano confusione sul significato di counseling è l’errata interpretazione della sua etimologia latina: che non è da ricondure alla voce consultazione o consulenza (consulto-âre) ma a quella di latina del verbo “consulo-ere” traducibile in consolare, venire in aiuto sia come atto che nell’ accezione di “sollevarsi insieme”.
Il counseling, concerne quindi la natura della relazione, “ è una relazione d’aiuto che muove dall’analisi dei problemi, si propone di costruire una nuova visione di tali problemi e di attuare un piano di azione per realizzare le finalità desiderate (prendere decisioni, migliorare relazioni, sviluppare la consapevolezza, gestire emozioni e sentimenti, superare conflitti)”.
Questa è una delle definizioni del counseling, proposta e accettata nel Convegno Nazionale del FAIP (federazione delle associazioni italiane di psicoterapia) del 12 febbraio 2006, in cui si descrive sinteticamente, l’operatività di una professione, il cui esercizio richiede abilità relazionali, conoscenza di sé e delle proprie emozioni e competenze comunicative.

Il primo trattato di counseling risale all’inizio degli anni ’30 del secolo scorso, quando le lezioni universitarie tenute dallo psicologo esistenzialista statunitense Rollo May (1904-1994) vennero pubblicate in volume col titolo “L’arte del counseling”, ma è grazie al saggio sulla teoria e metodologia del counseling dello psicologo clinico Carl Rogers (1902-1987),  “La terapia centrata sul cliente“, pubblicato negli anni ’40 che questa disciplina ha acquisito le caratteristiche che oggi le sono proprie, ossia di “colloquio centrato sul cliente” in cui l’ attenzione si focalizza sulla persona prima che sul suo problema e quindi sulla qualità del rapporto umano.
” Il rapporto di counseling “scrive Rogers, “ è una situazione in cui calore umano, accettazione obiettiva e assenza di ogni coercizione o pressione personale da parte di un counselor permette l’ espressione più libera di sentimenti, comportamento e problemi da parte del cliente”.
Nei colloqui di counseling si evita di dare consigli, di esprimere giudizi morali, di suggerire soluzioni.  La competenza messa in atto è invece quella di fare da specchio, di rimandare al cliente pensieri ed emozioni inespresse o sottintese, affinchè possano essere focalizzate, seguendo l’ originaria intuizione di Carl Rogers, il quale sosteneva che se una persona si trova in difficoltà, il miglior modo di venirle in aiuto non è quello di dirle che cosa fare, quanto piuttosto di aiutarla a comprendere la sua situazione e a gestire il problema assumendo da sola e pienamente la responsabilità delle scelte individuali.

Sorge, legittima, dunque, la domanda di quale sia la differenza con la figura di uno psicologo o di uno psicoterapeuta. I confini non sono facilmente individuabili, come nulla nel campo della dimensione interiore, ma si possono definire le specifiche competenze dei due approcci.
La psicoterapia riguarda l’area del disagio e della sofferenza psichica, in cui l’individuo è portatore non di un problema specifico rispetto al quale operare scelte o aggiustamenti, ma di un quadro disarmonico della personalità. In questo caso è richiesto un intervento delicato e complesso volto a riarmonizzare le basi della personalità e a ricostruire una struttura relazionale in grado di fornire, per quanto possibile, gli elementi fondamentali per una vita psichica sana ed equilibrata di cui la persona è stata probabilmente carente nella prima fase della sua esistenza.
Il counseling ha un raggio d’azione più limitato, si concentra su un problema specifico, su un disagio emergente e a partire da quello cerca di porre i presupposti per l’interiorizzazione di schemi di interazione più responsabili, più creativi e più soddisfacenti con se stessi, con gli altri e con il mondo.
La novità consiste nel fatto che il counseling focalizza l’attenzione più sul presente che sul passato, propone strategie di ascolto, comprensione e integrazione del sintomo nel qui e ora e lavora molto sulla capacità di dare un senso agli eventi e alla vita e di modificare la propria visione delle cose e di conseguenza anche il proprio comportamento. Lavorando alla costruzione di alternativi schemi di pensiero all’interno della relazione umana e fornendo al cliente mezzi e risorse per trovare numerose possibilità di soluzione ai problemi, mira a far leva sulle sue risorse interiori per affrontare “una difficoltà circoscritta della sua esistenza”, il che sta ad indicare che il counseling si occupa di problematiche che rimangono entro la sfera della normalità e non di disturbi psicopatologici.

A differenza del paziente nella psicologia e nella psicoterapia, questo, non ha bisogno di essere curato né aiutato a superare una sofferenza psicologica, ma si avvale delle competenze del counselor come sussidio delle capacità che già possiede in modo da conseguire obiettivi che desidera nei modi e nei tempi che gli sono consoni.
Se lo psicologo e lo psicoterapeuta ancora, a volte, evocano nell’immaginario collettivo un’idea di malattia, di disagio grave, il counselor invece si può porre come figura professionale di supporto, più vicino alla gente, alla portata di tutti, un ponte verso l’ascolto interiore.

Partendo da queste premesse  si può dedurre che l’intervento Counseling può essere un supporto in ad ampio raggio di intervento, con le dovute variazioni di contesto, all’interno di comunità: come l’ambito scolastico e aziendale, il campo medico sanitario e quello sportivo e religioso, mirando da un lato a risolvere nel singolo individuo il conflitto esistenziale o il disagio emotivo che ne compromettono una espressione piena e creativa, dall’altra come elemento facilitante il dialogo tra la struttura e il dipendente-persona.

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