A partire dal 10.000 a.C., ad una prima antica ondata epi-paleolitica dei romanelliani, che percorsero la via occidentale, fluviale e marittima, dall’Atlantico verso il Mediterraneo a causa del disgelo della glaciazione Würm, era succeduta una seconda ondata, nell’8.000 a.C., dovuta allo scioglimento dei ghiacci della Glaciazione Breve o Dryas recente (9.000-8.000 a.C.).

Molte genti anche in quella fase si mossero dalle loro terre invase dalle acque glaciali e, seguendo le correnti oceaniche sotto costa e le vie fluviali continentali, raggiunsero il bacino del Mediterraneo. L’ondata migratoria anche questa volta fu provocata dal disgelo rapido, che determinò notevoli modificazioni climatiche e ambientali, le quali incisero sull’assetto geografico delle terre emerse, poiché, con l’innalzamento del livello degli oceani, isole e fasce costiere furono sommerse dalle acque. La data dell’8.000, tuttavia, poiché segnava un nuovo inizio di fase temperata dopo la parentesi glaciale, apportava anche un maggiore benessere e potè essere quindi vissuta come una “rinascita” all’interno del lungo periodo critico del Mesolitico, caratterizzato da un difficile riequilibrio climatico. Il subentrato clima caldo-umido, che favoriva l’infoltirsi della vegetazione boschiva, offriva infatti prodotti alimentari spontanei, a differenza della scarsità di risorse disponibili in fase di siccità dovuta al clima freddo e arido della glaciazione.
L’8.000 a.C. rappresentò, perciò, un momento cruciale nell’altalenante storia degli inizi dell’Olocene.
Sul piano cosmologico corrispondeva alla data conclusiva del primo dei “mesi bi-millenari” dei dodici mesi retrogradi del grande ciclo precessionale di 26.000 anni.
Nell’8.000 a.C. si concludeva, infatti, il primo mese precessionale iniziato nel 10.000 a.C. con l’associazione del Sole in levata di equinozio primaverile (ossia nel cosiddetto “punto gamma”) con la costellazione del Leone e iniziava il secondo mese bi-millenario in cui il Sole alla sua levata in equinozio primaverile era collegato alla costellazione del Cancro.
Tale associazione tra il Sole e le costellazioni zodiacali, visibile sull’eclittica celeste come moto retrogrado lentamente crescente, dovuto all’azione frenante dell’asse terrestre inclinato, è accompagnata (per sei “mesi ultra-bimillenari” e due “stagioni” di oltre sei mila anni dell’emicilo precessionale dell’Olocene di oltre 12.000 anni solari) dalla costellazione di Orione, che perciò sin dal 10.000 a.C. divenne il riferimento costante degli uomini che avevano assistito al passaggio dall’emiciclo gravettiano, segnato dalla dea Madre astrale, a quello olocenico, segnato dall’Antropomorfo cosmico Orione.
Tale passaggio precessionale fu così evidente che le genti che riuscirono a sopravvivere ne impressero la dinamica celeste con monumenti imperituri, modellando interi altopiani, come fecero per la Sfinge egizia della piana di Giza al Cairo, avente in origine la testa di leone, orientata verso la costellazione del Leone all’epoca del 10.450. a.C. (R. Bouval-A. Gilbert, G. Hancock, J.A. West) o intere colline modellate a forma di piramide, come la Piramide del Sole a Visoko in Bosnia (www.runabianca.it) o impiegando megaliti, come nel tempio di  Gopleki Tepe nell’antica Anatolia (che gli studiosi collocano entro una parentesi temporale millenaria compresa tra l’11.500 e l’8.000 a.C.). Si scopre ora, con molta sorpresa, che questi e altri noti templi megalitici, in Asia, Africa e nel continente americano pre-colombiano, possono essere stati eretti a partire dall’XI millennio a.C. per imprimere sul territorio un messaggio per i posteri legato al ciclo del Lungo Tempo e scandire con la loro imponente presenza il ritmo cosmico del ciclo della Precessione degli equinozi.
Sulla scia di quella prima conoscenza post-glaciale, dopo il primo mese precessionale, la cultura  della “rinascita” dell’8.000 a.C. potè ricostruire una nuova civiltà che condusse alla diffusione del più noto megalitismo, quello composto da specchie, da dolmen, da menhir, da henges, da piramidi, da havitte, da stupa…, ad opera di costruttori di grandi templi, favoriti nella loro conquista del mondo da un più gradevole clima temperato.
Risalgono all’8.000 a.C. le prime tracce europee di coltura incipiente del nocciolo, trovate in Inghilterra nei pressi della  località di Stonehenge, il luogo sul quale già all’epoca il cerchio oggi megalitico era composto da pali mobili, infissi nelle buche scavate nel terreno, ai fini di calcolare i cicli temporali di breve e lungo termine.
La vita ricominciava per quelle genti su un nuovo registro di conoscenze e di abitudini, adeguate alla fase temperata, che trasformava il pianeta ed offriva opportunità nuove per conquistarlo.
Furono quelle genti che, servendosi di un palo di legno per traguardare gli astri, sia in navigazione sotto costa che sulla terraferma, si mossero verso una lenta, millenaria conquista di nuovi territori. Rinvenire le tracce lasciate nei primi millenni della loro perigrinazione è arduo, per la deperibilità del legno dei loro strumenti e dei loro monumenti. Resti di pali infissi in modo da formare un cerchio semi-sommerso dal mare delle isole Orcadi, come anche i residui di legni da palo collegabili alla serie di buche che contornano il circolo di pietra di Stonehenge, corrispondono alle rare tracce di una pratica astronomica e cultuale iniziata in quella fase e continuata con la trasformazione in monumenti stabili, per mezzo dell’impiego di megaliti, di cui Stonehenege rappresenta oggi proprio l’emblema di quelle genti.
Li accomunava una cultura basata sulle conoscenza di un’astronomia empirica, sperimentata in millenni di pratica di osservazione del cielo. Costretti a muoversi lungo i nuovi bordi costieri, si trasformarono da cacciatori in raccoglitori di volatili, di molluschi terrestri e marini e in pescatori, con l’ausilio di nasse, reti, arpioni e ami di osso.
A differenza dei cacciatori di renne che, seguendo il cervo come nuova preda della fase temperata,  trovarono attraverso le gole delle Alpi liberate dai ghiacci, una via continentale che attraversava l’Europa da Nord a Sud, dalla Scandinavia al Salento, da percorrere ciclicamente per attivare un tipo di nomadismo stagionale legato alla caccia ai cervidi e che produssero lungo questa via l’arte rupestre di  Badisco, di Tuppo dei Sassi e delle Alpi Camune, le genti provenienti da Nord-ovest, si muovevano, invece, alla ricerca di territori più accoglienti, di nuove nicchie ecologiche dove potersi insediare ed attivare la loro operazione megalitica. (M.Grande, Antiche confluenze viarie in Puglia, Anxa, maggio-giugno 2011)
Tali abitanti centro-europei, delle coste e delle isole atlantiche avevano alle spalle un retroterra culturale che li aveva resi progrediti sul piano della conoscenza del territorio e del cielo, avendo praticato per millenni l’astronomia empirica per orientarsi su un territoio prevalentemente ghiacciato. Il loro bagaglio culturale era stato formato nel Paleolitico per una lunga tradizione di osservazione del cielo e di misurazione dei cicli degli astri da parte dei loro progenitori, che lo avevano in parte anche ereditato dai loro cugini neandertaliani, meglio adattati alla grande glaciazione pleistocenica. Con il semplice ausilio di un “palo di traguardo” erano in grado di orientarsi in terra e in mare. Approdati sulla terraferma, raggiungevano un punto emergente vicino alla costa , dal quale potevano dominare il mare e l’entroterra con una visuale completa di 360 gradi.
Se ritenuto adatto alla vita, s’insediavano su quel territorio e intorno a quel polo emergente creavano cellule culturali di nuova civiltà e celle geodetiche in celle geomorfologiche, ai fini di imbrigliarle nel sistema megalitico le energie del territorio e rendere coerenti le linee di flusso del campo magnetico terrestre.
I cotruttori di megaliti ottenevano ciò impiegando buoni conduttori (quarzo, pietre sarsen, pietre blu, silice, calcare) o cattivi conduttori (come la mica), per elevare megaliti distribuiti sul territorio a forma di “tela di ragno”, riproducente in terra la “tela cosmica” del cielo.
Oltre alla conoscenza delle antiche tecniche di osservazione astronomica e di navigazione marina e fluviale, infatti, i costruttori di megaliti erano dotati di capacità percettive, notevoli sul piano della geomanzia e della rabdomanzia. (M.Grande “L’orizzonte culturale del megalitismo”, Besa 2008).

Il collegamento tra quelle antiche genti e il Salento oggi non è solo testimoniato dalle tracce megalitiche, ma anche da una verifica scientifica che ricostruisce il loro spostamento verso Sud-est derivata  dallo studio delle tracce genetiche.
Nel ricercare l’origine dei costruttori di megaliti nel Salento il dr. Dario Stomati, nel suo libro “Il vento e le pietre” (Lupo editore 2010) indica le risultanze del metodo scientifico applicato per risalire -attraverso la via genetica, il gruppo sanguigno e il sistema alimentare- alla conoscenza del progenitore della civiltà che sparse megaliti nel Salento e nel mondo.
L’autore ha sottolineato la distinzione genetica tra le popolazioni nomadi e le stanziali, basandola sulla presenza nell’organismo umano di enzimi preposti a favorire un metabolismo rapido.
Nei popoli nomadi, che venivano più facilmente in contatto con sostanze tossiche, a causa di una dieta basata sulle risorse alimentari reperite in natura, risultava più attivo un gruppo di enzimi capaci di disintossicare rapidamente il loro organismo, favorendo un rapido metabolismo.
La ricerca sulla famiglia degli enzini responsabili di un “metabolismo ultrarapido” ha condotto al “fenotipo” originario, deducendo che si è sviluppato in fase post-glaciale, per mutazione genetica all’interno di una stessa famiglia enzimatica. E’ risultato essere maggiormente presente in individui della popolazione del Portogallo, della Spagna e dell’Italia.
Secondo il metodo detto “filogeografia” adottato per la ricerca di caratteristiche etniche simili in popolazioni occupanti terre distanti tra loro, è stato anche possibile risalire all’antenato comune. La ricerca delle origini della cultura megalitica ha condotto i genetisti al Sapiens-sapiens cromagnoide dell’area franco-cantabrica di 30.000 anni fa,  Aplotipo R1 b, mutazione M343 dell’aploguppo Cro-Magnon R.
Vissuto nella “nicchia ecologica” franco-cantabrica in fase glaciale, in fase post-glaciale uscì dal suo rifugio per diffondersi in altre aree. Il suo gruppo sanguigno 0, con fattore Rh negativo, il più antico tra i gruppi sanguigni dell’attuale popolazione europea, segue lo stesso sistema di distribuzione con un gradiente di variabilità in direzione Sud-est, dovuto all’allontanamento dal gruppo di origine, o “deriva genetica”.
Ciò avvalora l’ipotesi del collegamento tra la Penisola Iberica e l’Italia avvenuto per l’ondata migratoria forzata di genti che affrontarono il rischio del nomadismo, dovendosi allontanare rapidamente dalle loro terre affacciate sull’Atlantico, che in fase post-glaciale non offrivano più garanzia di stabilità, nè permettevano lo stile di vita derivato dalla caccia di grandi prede, mantenuto in fase glaciale.
Le tracce genetiche, quindi, non solo provano la diffusione migratoria verso il Mediterraneo delle genti atlantiche a seguito del ritiro dei ghiacciai delle calotte polari e dell’aumento del livello degli oceani,  ma confermano anche la retrodatazione dell’operazione megalitica nel Salento e nel mondo.

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