Dopo l’ennesimo attacco ai militari italiani in Afghanistan, dopo l’attentato di luglio costato la vita a tre paracadutisti, giovedì quattro militari italiani, bersaglieri dell’11° reggimento di stanza in Friuli, di ritorno da un pattugliamento a sud dell’aeroporto di Herat, sono rimasti feriti nell’esplosione di un ordigno al passaggio del loro mezzo blindato.

Fortunatamente nessuno dei quattro militari è in pericolo di vita, ma la notizia, però non rassicura perché l’attacco si è verificato alle porte di Herat, una città che viene considerata tra le più tranquille.  Per questo motivo abbiamo incontrato uno dei militari salentini, in servizio alle forze speciali, in partenza, nei prossimi giorni, in Afghanistan.

Alla luce di quanto è avvenuto vicino ad Herat, qual è il tuo stato d’animo prima della partenza?

“Questa è la seconda volta che vado in missione in Afghanistan, ma la tensione è sempre la stessa. Per circa sei mesi sarò impegnato in un territorio dove le minacce sono frequenti, e ogni giorno saremo impegnati ad affrontare pericoli molto seri. Tuttavia questo è il mio lavoro e il mio dovere e lo affronterò con abnegazione e massimo impegno.”

Quali sono i ricordi della tua prima missione?

È stata un’esperienza rischiosa e impegnativa, in quanto spesso eravamo impiegati in attività di scorta ad autorità civili e militari, rischiando costantemente di subire attentati. Tuttavia nonostante il pericolo ero fiero e orgoglioso di dare il mio contributo alla lotta al terrorismo. E inoltre l’Italia sta facendo uno sforzo immenso, con risultati notevoli riconosciuti dalla popolazione locale, anche perché I nostri militari offrono un apprezzato addestramento e supervisione nei confronti della polizia locale preposta a garantire la sicurezza del Paese.

Ma come ti è sembrato il Paese?

La prima volta che sono uscito dalla base, sono rimasto “di sale” perché mi sono reso conto delle condizioni di estrema arretratezza e grande povertà in cui vive il popolo afghano. In particolar modo sono rimasto costernato per la condizione femminile.  Addirittura una volta ho visto, un’ auto guidata da un uomo, vuota all’interno, ma con la moglie seduta nel bagagliaio. Incredibile! Anche se tengo a precisare che gli afghani sono un popolo fiero e molto legato alle proprie tradizioni locali.

Ci sono 4200 soldati italiani in Afghanistan fra Kabul e la provincia di Farah, ed entrò la fine del 2014 la maggior parte dei soldati lascerà il Paese.  Secondo te come potrà finire questo conflitto “senza pace”?

Sarà necessario un dialogo politico tra le parti, l’impegno di tutti. Ci vuole un presidente in grado di far uscire il paese dalla crisi economica, politica e sociale. Solo in questo modo il popolo afghano troverà veramente pace.

 

Dario De Carlo

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