Idee confuse e precariato generano quel mix esplosivo che porta all’assenza di lavoro. “Disoccupazione” è la parola del secolo, accostata quasi sempre a quell’altra famosa di “crisi”.

 

Se la crisi deve essere risolta da manovre del Governo e la si vuole lasciare in disparte per un attimo, allora l’attenzione si focalizza su una motivazione del tutto personale che blocca i giovani italiani a far passare il tempo, aspettando la manna dal cielo o ideando strategie di attacco. Una delle prime cause della disoccupazione è sicuramente la collisione tra reale e sogni, fomentata dalle aspettative dell’inzio degli studi universitari. “Studio comunicazione, mi specializzo in giornalismo e sarò un famoso reporter”. E poi si arriva a quasi trent’anni nel precariato più totale e forse si scrive per una miseria, forse per passione, forse nella speranza di un riconoscimento, con una scarsissima retribuzione e un sogno ancora lontano. Bisognerebbe allora lasciar perdere i sogni?  È vero anche che in Italia oggi giorno, scarsissimi sono i posti per i lavori intellettuali. Il problema all’origine dell’ assenza di lavoro di un trentennio fa si è ribaltato: prima erano in pochi a studiare per emanciparsi dal lavoro in fabbrica o nei campi e per la saturazione di offerta di lavoro; ora i laureati sono milioni, gli italiani sono tutti acculturatissimi ma il lavoro manuale è ridotto a una minimissima parte di lavoratori. Allora piccone e falce in mano, tutti a lavoro! Spreco di cultura? Eppure c’è chi, con tanto di conoscenza e dottologia, ha saputo reinventare vecchie masserie e campi e farne delle proprie aziende familiari.
Sicuramente, oggi, ci vuole tanta inventiva per trovare un lavoro. E c’è chi, di contro, inventiva ne ha troppa e deve cercare il modo per incanalare le proprie energie su un fronte, un’univoca specializzazione e non un miscuglio di sapere che genera il “so fare tutto e non so fare niente”. Additivo alla sostanza: la scarsa preparazione tecnica in ambito di scuole e università. L’italiano è rifarcito di nozioni, di teorie, ma nell’atto pratico sa davvero poco. Si ritorna dunque alla tesi per la quale bisognerebbe abbandonare università e cominciare a lavorare da giovane per avere esperienza alle spalle. Spesso una  soluzione alternativa, a cui non tutti sono pronti e disposti, è quella di lasciare la Patria e muovere i piedi all’estero. Anche qui l’incognita è di dovere: possibile trovare un lavoro soddisfacente e degno dei propri studi, ma è possibile anche che bisogni accontentarsi di lavori più umili per apprendere la lingua.
Se a tali ragioni addizioniamo la famosa “crisi”, lasciata da parte nelle prime linee, allora davvero si rimane impigliati nella spirale di confusione e speranze perdute.

 

loading...

NESSUN COMMENTO

LASCIA UN COMMENTO

1 × 2 =