Vignetta Massimo DonateoIl film-maker è una figura professionale  – anche un’attività amatoriale – apparsa in questi ultimi decenni in cui lo sviluppo tecnologico ha permesso la nascita di un cinema indipendente anche se povero

Il sonoro e la musica

Il cinema diventò sonoro nel 1927 ma ai registi non piacque. Per i grandi, per i veri registi che dichiaravano l’indipendenza del cinema dalle altre arti, il film non aveva bisogno del sonoro. Avevano ragione o torto? Forse bisogna fare prima delle precisazioni.
Era vero: con il sonoro il cinema diventava più simile al teatro ( si pensi ai dialoghi ), ed era  un teatro reso spettacolo di massa per una grande moltitudine di spettatori. Ovviamente ciò interessava i produttori e i registi di mestiere.
Dunque la questione non era sullo stesso piano: chi credeva nel cinema come forma d’arte e linguaggio espressivo sosteneva che non aveva bisogno del sonoro; chi pensava al cinema come produzione costosa di spettacoli sosteneva che lo spettacolo migliorava ed era un vantaggio perché si diffondeva maggiormente e si incassava di più. Non era un caso che i gestori delle sale dove si proiettavano i film ingaggiavano anche un pianista che suonasse durante la proiezione.
Per i primi il cinema era arte visiva: fotografia in movimento; costoro credevano di difendere l’autonomia, in realtà lasciavano il cinema per metà ancorato a un’altra arte. I secondi, per legare il cinema allo spettacolo, gli hanno invece paradossalmente dato più indipendenza e quindi più novità e carattere, disancorandolo dalla fotografia, per cui ora si può definire, grazie al sonoro, come arte audio-visiva. Ugualmente distante dalla fotografia e dal teatro. E dalla narrativa letteraria. Questa è la grande novità del cinema: non è l’unione di tre linguaggi, ne è la sintesi, e quindi la creazione di un nuovo linguaggio, il cui percorso storico viene evidenziato da momenti, da “tappe”, anzi di più, si arricchisce di contributi. I grandi registi avevano torto, ma facevano bene a difendere l’autonomia. I produttori non difendevano l’autonomia né la combattevano, ma avevano ragione.
Intanto però le vicende e i differenti interessi avevano posto le basi per far crescere il cinema lungo un binario: una linea portava alla creazione di un nuovo linguaggio, l’altra a una nuova forma di spettacolo.
Ci sono altri aspetti da precisare, perché quando si parlava di sonoro si intendeva dire: dialogo, suoni d’ambiente, musica. Oggi con la parola sonoro ci si riferisce soltanto ai suoni d’ambiente, ma al di là delle vicende delle parole, le cose non cambiano perché l’audio è formato da tre tracce: da parole, siano commenti di voci in campo o fuori campo oppure dialoghi; da suoni dell’ambiente reale in cui si svolgono gli eventi raccontati, comunque rumori che hanno a che fare con la storia; da musica, che commenta eventi, stati d’animo, ambienti fisici.
Dialoghi, suoni e musica cosa rappresentano? Sono tutti e tre ugualmente necessari al film?
Chi ritiene che il cinema  sia una forma di spettacolo  e si adopera perché in tal senso acquisti sempre più forza, nemmeno si pone questi quesiti, la  risposta sarebbe ovvia: sì, sono necessari tutti e tre. Sono coloro che si occupano del grande cinema. Apertura a tutti e tre i “sonori”, e aggiungere effetti speciali anche a scapito dell’ascolto; poco importa se musica e rumori coprono i dialoghi. Il cinema spettacolo è sensazione. E dunque la fotografia si dilati negli effetti visivi; il montaggio crei sequenze allucinanti, ritmi impossibili. Il cinema spettacolo ha un’ambizione: creare una nuova tipologia di spettatori. E ci riesce. Era da dubitare?
Chi pensa al cinema come arte audiovisiva, e non vorrebbe che fosse inquinato dagli aspetti deteriori della spettacolarizzazione e chi, come i video makers, realizza il cinema povero, costoro vogliono che il cinema sia emozione e pensiero. Esprimere i propri sentimenti e le proprie idee. Toccare il cuore e la mente di chi vede e ascolta. La ragione dell’esistenza di ogni linguaggio artistico. Per questi cinefili e creatori di cinema bisogna distinguere fra le tracce sonore. Dicono ( diciamo, mi ci metto anch’io ) che la musica è un commento, e non è necessaria. La musica spesso si sostituisce all’immagine e al parlato e sveglia emozioni, emozioni che ha svegliato prima e altrove in passato, se è  già nota, o che continua a svegliare dopo, disancorata dal film, anche se è stata scritta per quel film. Cioè la musica ha una vita sua, come tutte le arti sveglia emozioni, e proprio per questo rischia di sostituirsi al film. Il film deve invece provarci col suo proprio linguaggio. Il punto è se il cinema ha bisogno della musica, se può farne a meno. Se non può farne a meno è un’arte zoppa, necessita di stampelle.
In un certo senso si ritorna a ciò che pensavano i registi del 1927, l’anno del sonoro. Ecco perché dire se avevano ragione o torto non era risposta da liquidare con poche parole.
Il film è una storia rappresentata per immagini in movimento, che si svolge in un ambiente ricreato, in questo senso vero. Come la vita, solo che è una finzione. Io posso mettere un CD per ascoltare una canzone che mi ricorda un amore trascorso, posso accendere la radio in auto perché le note mi facciano compagnia: queste sono azioni quotidiane. Come tali possono essere ricreate.
Non pretendo che chi legge sia d’accordo. Io però, che ho iniziato a parlare del cinema povero, concludo per ora questi incontri con un augurio a questo cinema: che salvi la sua autonomia da ogni altra forma d’arte.