Bisogna bere alla fontana della piazza centrale per ritornarvi. Un groviglio di persone, mescolanze turche, turisti, locali, moschee, colori, chiese ortodosse e cattoliche, queste le sensazioni visive e può accadere che nello stesso momento si senta suonare una campana per l’inizio di una messa e un Muezzin salmeggi inondando la città con la sua voce.

Siamo a Sarajevo, città multi-etnica, in cui il rispetto per le varie culture si amalgama alla gentilezza della gente, che ha sempre pronto un sorriso e una storia da raccontare. Il centro è stato restaurato dopo i bombardamenti sulla città nel ’93, ma percorrendo le vie di Sarajevo la guerra si sente anche nel silenzio, sull’esterno degli edifici, pieni di buchi, segno delle mitragliate inferte. Da allora un po’ tutto è cambiato, sull’economia della gente e sulla memoria collettiva, così che, in assenza di lavoro, ci si è dovuti inventare nuovamente. La maggior parte delle famiglie ha fatto della propria casa una “guest house”, ovvero una casa che ospita, come si stesse in un ostello, con l’unica differenza che la famiglia continua a vivere nella stessa casa, sacrificandosi il più delle volte a dormire su divani per far posto agli ospiti. Siamo nella Micky “guest house” e Micky, 60 anni circa, musulmano, con un sorriso velato da occhi lucidi, di tanto in tanto si sofferma a raccontare pezzi della propria storia, cominciando con una frase di cui ha fatto la sua filosofia di vita: – Sai cosa è importante nella vita? Avere un sacco di amici. Se hai tanti amici sei una persona ricca – . Riguardo al periodo della guerra racconta: – Ho trovato mio fratello nel giardino della propria casa, mentre beveva caffé e fumava una sigaretta, seduto con un bicchiere di rakia davanti a sé. Stava piangendo. Poco prima era nel centro della città con alcuni amici, quando fu improvvisamente chiamato da un conoscente per recarsi altrove a svolgere alcune faccende. Solo dopo un minuto una granata cadde proprio dove si trovavano tutti i suoi amici, i quali morirono. Lui fu l’unico sopravvissuto –  […] – Una granata cadde anche sul tetto della mia casa, lo distrusse parzialmente, ma non esplose; nel frattempo i miei figli erano nascosti nel rifugio sotterraneo – […] – Una donna incinta, amica di mio fratello stava mangiando una mela nel mio giardino (io avevo fatto di questo uno dei giardini più grandi della città, pieno di alberi da frutto, per prevenire la fame a causa della guerra), quando una granata arrivò nel giardino, finendo sotto terra. L’ esplosione non fu tanto forte e la donna se la cavò con alcune ferite sulla gamba e sul braccio. Nonostante tutto lei fu felice: lei e il suo bambino erano sopravvissuti – […] – Mia moglie si recava ogni giorno nei pressi del fiume, dove c’era la libreria, riempiva taniche d’acqua e le portava a casa. Lei era un’ eroina. Le granate cadevano, a volte lei riusciva a rifugiarsi, altre volte semplicemente correva. Sono queste persone gli eroi di oggi – […] – Durante il periodo della guerra non c’era elettrivicità, gas, acqua, cibo, non c’era niente. Io tagliavo gli alberi del mio giardino per avere legna per accendere il fuoco. Quando mio figlio più grande andò in Canada per studiare e si cominciò a lamentare per la vita dura e il clima troppo caldo io gli dicevo di stare zitto, perché lui non sa cosa sia la guerra –. Micky dice invece di Sarajevo: – Qui noi abbiamo tantissimi cimiteri, durante la guerra morivano circa 50-70 persone al giorno. Di coloro che non sono morti venti milioni di persone hanno qualche handicap –.
Tra le stradine in salita di Sarajevo improvvisamente si scorgono tombe alte e bianche, tantissime, interi campi bianchi, nel centro della stessa città. Ciò appare suggestivo e forse anche angosciante a un turista; per gli abitanti della città è semplicemente il luogo della memoria, e il posto in cui stare vicini ai propri cari.

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