Tentata estorsione pluriaggravata è l’accusa che ha fatto scattare le manette ai polsi di Sergio Notaro, Antonio Petrachi e Massimiliano Ruggio. Sono questi i nomi terminati tra le maglie di un’indagine condotta dagli uomini del Nucleo Operativo e Radiomobile della Compagnia CC Campi Salentina, con la collaborazione dei militari della Stazione di Squinzano.

E dai loro atti, finiti sotto la lente d’ingrandimento prima della Direzione Distrettuale Antimafia di Lecce (P.M. dott. Guglielmo Cataldi) e poi del dott. Giovanni Gallo, Giudice delle Indagini Preliminari del Tribunale di Lecce.

Alle 5.30 di stamane, quindi, 22 carabinieri si sono presentati alle dimore dei tre, notificandogli i provvedimenti restrittivi.

L’accusa, assai pesante: tentata estorsione pluriaggravata ai danni di due uomini, per ottenerne il pagamento di somme di denaro nell’ordine di centinaia di migliaia di euro.

Tutto è partito il 29 aprile 2011, quando un imprenditore di Squinzano si è presentato presso la Stazione CC Squinzano, denunciando il danneggiamento di arcate in tufo di un immobile sito nell’agro della cittadina nord-salentina e appartenente a sua moglie.

Il fatto, in sé dalla gravità relativa, assumeva però diverso significato se associato a una serie di episodi simili perpetrati ormai da un anno a quella parte ai danni di proprietà immobiliari o fondiarie appartenenti a lui o alla sua famiglia.

Già il 15 aprile 2010, per esempio, ignoti avevano di fatto distrutto con motoseghe sedici alberi di ulivo dell’età di 30-40 anni, piantati in un fondo dell’uomo; il successivo 3 maggio era toccato ad alcuni archi in tufo di un edificio in fase di ristrutturazione; e, ancora, del 24 giugno 2010 era il danneggiamento di altri alberi, piante e beni in un fondo agricolo sito a Trepuzzi.

Quindi, il nuovo fatto del 29.04.2011 che, però, ha segnato la svolta.

Su questa denuncia si sono infatti innestate le indagini dei Carabinieri dell’Aliquota Operativa della Compagnia di Campi Salentina, oltre che dalla Stazione CC proprio di Squinzano, grazie alle quali è emerso che l’imprenditore era da molti mesi oggetto di pesanti pressioni da parte di personaggi di Squinzano: il Notaro, come detto noto malavitoso, oltre agli incensurati Petrachi e Ruggio.

Costoro vantavano debiti per somme assai rilevanti contratti, in realtà, non dal danneggiato, ma dal giovane figlio di quest’ultimo, forse per motivi legati al gioco d’azzardo.

Vista l’inaffidabilità del loro debitore diretto, gli odierni indagati avevano rivolto le proprie “attenzioni” al padre, imprenditore, interessandolo affinché aiutasse il figlio a saldare quanto dovuto.

Due gli episodi più importanti: il primo (risalente all’ottobre 2010) in cui Petrachi e Ruggio si erano recati presso il deposito del commerciante per chiedere il risarcimento di 30-40 mila euro “dati in gestione” al figlio e mai avuti indietro; il secondo (riconducibile al febbraio 2011) in cui il NOTARO, prima all’interno e poi nei pressi di un bar di Squinzano, aveva avvicinato lo stesso commerciante con toni più aggressivi e, facendo riferimento ai danneggiamenti patiti da quello, aveva insistito affinché egli restituisse la “somma importante” di 6-700 mila euro di debiti maturati dal figlio.

Sempre lo stesso il contenuto: prima il riferimento ai debiti pendenti, poi magari una blanda richiesta di surrogare il figlio nei pagamenti, quindi – al rifiuto – le frasi minacciose.

Condite, nell’incontro con il Notaro, anche da riferimenti ai danneggiamenti che ignoti stavano perpetrando ai beni dell’imprenditore medesimo.

L’uomo, nonostante le intimidazioni, non aveva mai assecondato le richieste di danaro, decidendo infine di rivolgersi ai Carabinieri.

Gli investigatori, peraltro, avevano già esperito intercettazioni telefoniche già nel 2010 nei confronti di malavitosi di Squinzano, venendo a conoscenza proprio della grave esposizione in cui versava il debitore.

I continui rinvii delle scadenze di pagamento richiesti dal debitore ad un tratto avevano però spazientito Notaro e Petrachi, che perciò avevano cominciato a esercitare nei suoi confronti pressioni specie telefoniche dal chiaro tono intimidatorio; a tale attività di “convincimento” ha preso parte anche Massimiliano Ruggio, genero del Petrachi.

Una condizione talmente pesante da aver ingenerato nel giovane – che pure era stato persona assai “vicina” allo stesso Notaro, cui era legata da rapporto fiduciario – addirittura il timore per la propria vita, inducendolo a scomparire dalla zona per qualche tempo e a interrompere persino i contatti con i propri parenti.

Solo dopo vari contatti telefonici diretti o tenuti tramite parenti o conoscenti comuni il giovane debitore, convinto di non correre rischi immediati per la propria incolumità, si era indotto a tornare a casa.

E a riavvicinarsi ai suddetti personaggi che, comunque, continuavano a tentare di costringerlo a pagare le somme fortissime pretese.

Gli elementi raccolti durante le indagini del 2010, incrociati con ulteriori informazioni già note ai Carabinieri e a quanto emerso durante attività di osservazione e pedinamento e di intercettazione ambientale, hanno conferito elevato peso specifico alla denuncia dell’imprenditore, apparsa fondata e consistente anche all’Autorità Giudiziaria.

Non sono stati trovati indizi tali da ricondurre con certezza i danneggiamenti subiti ad alberi ed immobili all’azione intimidatoria di Notaro, Petrachi e Ruggio, ma proprio le loro pressioni, le minacce di male ingiusto, i toni intimidatori che essi hanno utilizzato nei confronti della coppia padre-figlio hanno configurato ampiamente il delitto di tentata estorsione (art. 629 C.p.).

In più, le aggravanti specifiche: il delitto era stato tentato da più persone e una di esse era (il Notaro) appartenente alla criminalità organizzata.

Se infatti Petrachi e Ruggio, incensurati, non erano sinora emersi agli onori delle cronache giudiziarie, ben più elevato è il “peso specifico” del Notaro.

Cinquantuno anni, bracciante agricolo, noto nell’ambiente con il soprannome di “Panzetta”, egli ha un lunghissimo curriculum criminale, fatto di precedenti di polizia e/op penali per furto, violazione obblighi da misure di prevenzione, rapina, sequestro di persona, detenzione/porto abusivo di armi, detenzione di sostanze stupefacenti, oltre a altri reati minori.

Ma, soprattutto, rileva la condanna subita nel 1992 per associazione per delinquere di tipo mafioso (art. 416 bis C.p.) per essere stato egli organicamente inserito nel sodalizio criminale “Sacra Corona Unita” e – segnatamente – nel clan che faceva capo a Giovanni De Tommasi.

Ed è considerato un punto di riferimento per le dinamiche malavitose a Squinzano e zone limitrofe, ancora in grado di infondere timore anche solo con il proprio nome a frequentatori o semplici testimoni.

Proprio questo suo status ha indotto il G.I.P. di Lecce a ritenere la custodia cautelare in carcere unica misura consona alla gravità del reato e alla pericolosità dell’indagato, mentre per Petrachi e Ruggio (come detto, incensurati) è apparsa sufficiente la restrizione agli arresti domiciliari

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