Paola Povero“Sicurezza e parto indolore sono le priorità per chi pensa di essere inserito in un contesto di modernità e civiltà. Non è possibile che una provincia lunga oltre 100 chilometri e con 97 comuni si dotata di soli tre punti nascita. Le distanze, soprattutto se debbono essere percorse attraversando i centri abitati, sono un elemento di rischio”.
E’ quanto denunciano il vicepresidente del Consiglio regionale Antonio Maniglio e la consigliera comunale di Lecce Paola Povero

Le misure del piano di rientro già attuate, e quelle in corso, hanno penalizzato il diritto alla salute delle persone: la chiusura di diversi nosocomi sta ingolfando gli ospedali attivi (a cominciare dal Fazzi), e il blocco del turn over sta mettendo in grave sofferenza il funzionamento dei reparti. Ulteriori chiusure e tagli indiscriminati potrebbero creare maggiori disagi e disservizi per i cittadini. Ecco perché l’ipotesi di tre punti nascita per il Salento, non può essere attuata. Come inconcepibile è – secondo gli esponenti locali – la revoca dell’anestesia epidurale per il parto indolore.

“Come si può raggiungere l’obiettivo della diminuzione dei parti cesarei se non si mette  la donna nelle condizioni di non avere dolore durante il travaglio?
Da mesi le donne  denunciano tale  problema,  ma ancora non si vede luce! Ancora una volta chi può paga ed elimina il dolore, chi non ha è destinata a soffrire!” Le strutture di primo livello che saranno individuate della nuova rete dovranno dare una risposta adeguata ai parti normali, per quelli difficili o che potrebbero complicarsi, le donne avranno a diposizione gli ospedali di secondo livello (Fazzi).

Ma ciò dovrà avvenire con una dotazione di personale e mezzi che oggi, in tutti gli ospedali salentini,  è lontana dagli standard minimi di qualità. Anche nel settore della ginecologia e dell’ostetricia l’interazione ospedale-territorio è ancora lontana. E ciò a causa di  una organizzazione cieca che ancora non fa passi avanti e sovraccarica le strutture ospedaliere di competenze inutili.
Anche per questo in  ginecologia le liste d’attesa superano ormai i dodici mesi.

Ci auguriamo- concludono Povero e Maniglio –  che la riorganizzazione non sia solo un’operazione taglia e cuci, ma si possano affrontare irrisolti problemi strutturali evitando di caricare sulle donne e le loro famiglie le incombenze derivanti dall’ormai tristemente noto piano di rientro.

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