“La chiusura di alcuni ospedali della provincia di Lecce, e in modo particolare del nosocomio di Campi, doveva servire a rafforzare il Fazzi.” Lo dichiara il consigliere regionale Antonio Maniglio.

“Questa è stata la promessa fatta agli operatori sanitari, ma soprattutto ai pazienti, al momento dell’approvazione del piano di riordino ospedaliero.

Ad oggi ciò non è avvenuto: l’ospedale di Campi è stato disattivato ma l’ospedale leccese continua a vivere  criticità drammatiche.

Il riferimento specifico è al pronto soccorso.

In questi anni si è proceduto a migliorare la logistica, attrezzando nuovi locali, ma la qualità delle prestazioni è sempre a rischio.

Oggi il pronto soccorso del Fazzi assiste mediamente 250 cittadini al giorno, per un totale di quasi 100mila accessi in un anno. Sono numeri enormi che danno il senso di un lavoro di trincea che va valorizzato attraverso un rafforzamento degli organici.

All’assessore Fiore chiedo di sapere perché al pronto soccorso di Lecce, in conseguenza della chiusura di Campi, non è stato destinato nuovo personale e soprattutto perché a luglio 2011 sono state prima assegnate 10 unità (5 infermieri e 5 dirigenti medici) e poi, inspiegabilmente, a fine agosto, lo stesso personale è stato spostato altrove. E’ possibile sapere in quali attività? E se le stesse hanno più urgente bisogno di nuovi addetti rispetto al pronto soccorso?

Le lunghissime attese al pronto soccorso, che sono spesso fonte di violenze verbali e fisiche, non sono addebitali al personale che opera lì, ma alla impossibilità ad organizzare un servizio che tratti diversamente i casi da codice rosso rispetto alle patologie da codice bianco e verde che assorbono quasi il 70% degli accessi al Fazzi.

Chiedo all’assessore Fiore, pertanto, di fornire un’indicazione chiara che preveda il rafforzamento del pronto soccorso.

La chiusura di Campi, come era ampiamente prevedibile, avrebbe scaricato sul Fazzi un numero più alto di pazienti; se non si rafforzano i reparti che gestiscono le emergenze con personale adeguato (anche rispetto a pensionamenti, gravidanze e malattie che riducono il numero degli operatori effettivamente disponibili) il rischio di qualche fatto grave è dietro l’angolo. Ma a quel punto non si potrà parlare di malasanità imputabile alle capacità dei medici ma di pessima organizzazione addebitabile alla gestione politico-amministrativa della sanità.”