Delfino blu (Edizioni Argo 1997), oltre ad essere il titolo della prima raccolta poetica di Danilo Pascali, un giovane salentino dalla personalità poliedrica, umile, forte e trasparente con cui ho stretto molto tempo fa una piacevole amicizia, prima della sua recente dipartita dopo una lunga malattia, è stata la poesia che premiata alla XXVII edizione del Premio Teramo, lo ha rivelato anche al di fuori della sua terra.

Rileggendo attentamente a distanza di parecchi anni le sue poesie di facile lettura e ricche di contenuto, vi è una freschezza di stile ed una profondità di pensiero che albergano esclusivamente in chi ha creduto profondamente “nella scienza, nell’amore e nella preghiera”. E’ questa ferrea volontà che traspare subito ad ogni pagina ad essere stata con Danilo la principale protagonista del libro in cui sono evidenti importanti valori umani come: la solidarietà, l’atteggiamento di fronte al dolore, la collaborazione creativa fra tutti, la possibilità di superare un problema personale all’interno di una collettività.
La rilettura delle poesie è a tutt’oggi un balsamo per la mente e lo spirito contro i profondi  dolori della vita, con la sua carica di forza spirituale ed un senso positivo e vincente dell’esistenza  sulle più tragiche situazioni in quanto,  imparando   ad accettare noi stessi e la realtà anche se a volte dura, sfruttiamo le numerose risorse che la natura ci dona a piene mani trasformando ed illuminando ogni condizione esistenziale.
Egli è riuscito a “continuare a correre” (come si evince in Delfino Blu il cui omonimo colore  è stato quello preferito dall’autore perché sinonimo di libertà) grazie alla sua ferrea volontà di vivere ed al prodigarsi dei suoi parenti ed amici.
Un libro le cui emozionanti poesie che potevano essere di triste rassegnazione e sconfitta si trasformano fin dalle prime pagine in un messaggio luminoso, pieno di significati vitali nonostante i problemi quotidiani da affrontare), riuscendo ad intessere con il prossimo rapporti speciali basati sull’umanità, concretezza e persino sull’umorismo.
“Le persone felici sono quelle che dimenticano ciò che non possono fare e fanno, invece, ciò che possono” e “ciò che si può fare” è stato per l’autore qualcosa di estremamente rilevante, un traguardo giudicato “impossibile” da chi non ha avuto la sua incrollabile fede in Dio e nell’uomo, doti che quotidianamente, diventano espressione di vita.
Danilo ha accettato in modo eroico la sorte avversa rinnovandola quotidianamente con tenacia a contatto con gli strumenti della sua lotta. Per questo non vi sono stati né insuccessi che hanno piegato la sua volontà e né cedimenti introspettivi che lo hanno indotto in un atteggiamento di autocommiserazione o tirannia verso coloro che sono stati più fortunati di lui. Ciao, Danilo!

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