Come è noto, come è visibile, come è ampiamente risaputo la disoccupazione è un fenomeno cronico e strutturale della provincia di Lecce. Ha angosciato molte generazioni.

E questo perché, al di là delle oscillazioni di brevissimo periodo, il sistema economico leccese non riesce ad assorbire mediamente più di 250.000 unità lavorative, almeno considerando l’ultimo ventennio. L’unica via d’uscita a tale condizione, triste soprattutto per i giovani non dotati di reti familiari e relazionali significative, pare essere quella dello sviluppo numerico dell’imprenditoria, tale da guadagnare medie nazionali. Va specificato che, in provincia di Lecce, il numero di imprenditori è molto basso, rispetto al contesto regionale e nazionale. Ma perché non si sviluppa il fenomeno imprenditoriale, che innescherebbe “un circolo virtuoso per l’occupazione”?
Occorre quindi indagare, capire, scoprire i motivi di fondo e le ragioni di questa pigrizia imprenditoriale, che danneggia in maniera concreta la vita di tanti giovani e dà un’immagine del leccese del tutto distorta e fuorviante e completamente diversa da quella che è nella realtà dei fatti presenti e passati.
Il problema pare essere di natura qualitativa. Sembra, infatti, che svolgere l’attività di imprenditore sia squalificante. Ed in effetti in non pochi casi si risolve in un caporalato, che non pare la migliore soluzione lavorativa per chi ha esigenze di successo e di gratificazione sociale. Non a caso la upper class leccese, contrariamente a quanto avveniva prima dell’avvento della nostra Repubblica, preferisce oggi presidiare ed arroccarsi nelle istituzioni pubbliche (attività politiche, ASL, Università, Tribunale, Comuni e Provincia), non solo decisamente remunerative in maniera significativa, ma anche e soprattutto di maggior prestigio. In sostanza, gran parte della upper class leccese, quella più forte finanziariamente, si colloca in attività a latere dei settori produttivi portanti e strategici, quelli che muovono gran parte della debole economia della provincia.
È  sotto gli occhi di tutti che gli imprenditori di successo del basso Salento hanno radici storiche e familiari di non grande rilievo sotto il profilo sociale. A ciò naturalmente fanno eccezione alcuni casi soprattutto del settore agroalimentare, come ad esempio De Castris e Zecca, che sono capitani d’impresa storici e d’alto lignaggio, sopravvissuti egregiamente e con sagacia alla crisi degli anni ’60. Il problema di sostanza che si pone, dunque, è perché  la upper class leccese, che ha radici negli anni ’60/’70, non si pone in una posizione strategica e di guida economica della provincia? D’altro canto, perché la provincia di Lecce non mette in campo le sue migliori risorse, posteggiandole nelle istituzioni pubbliche?
Perché pigri? Le maggiori responsabilità paiono essere legate all’azione pubblica a partire dal dopoguerra, che nella buona sostanza sembra aver fatto sopire gran parte delle iniziative di chi aveva mezzi finanziari importanti. Da un lato, l’espansione del pubblico impiego e, congiuntamente, dall’altro un sistema di agevolazioni statali poco dignitose hanno smorzato gran parte degli entusiasmi e soprattutto gli impulsi imprenditoriali, che avrebbe potuto generare questa classe sociale, dandole l’opportunità di contribuire in maniera importante alla crescita del territorio. Al riguardo basti pensare che, i finanziamenti pubblici per lo sviluppo delle attività imprenditoriali erano e sono costituiti prevalentemente da contributi per investimenti a monte dei processi produttivi, e  cioè per l’acquisto di macchinari e la costruzione di capannoni e strutture edili. Del tutto ridicoli e comunque insufficienti si presentavano e si presentano, invece, i supporti finanziari per quanto riguarda il potenziamento delle funzioni a valle dei processi produttivi, quali appunto il sostegno per la creazione, la formazione e l’ampliamento delle reti di vendita, la produzione di un’immagine aziendale, lo sviluppo e la diffusione di un marchio. In sostanza, l’idea che supportava e supporta l’intervento pubblico è volta a creare dei subfornitori di grandi aziende del nord oppure delle “dependance aziendali” di grandi case distributrici (buyer) settentrionali, che di fatto gestivano e gestiscono il mercato e controllano le reti di produttori, (ma non imprenditori), il cui potere, i cui profitti e le cui sorti da questi dipendevano e dipendono.
Insomma, un intervento che punta a creare una parvenza di imprenditore, che di fatto è un semplice trasformatore, un capo reparto.
L’imprenditore è ben altra cosa, attenendo decisamente a funzioni complesse e ad attività molto gratificanti: è arte a livello finanziario, organizzativo e commerciale. Una politica, quella pubblica demotivante e, in definitiva, contro lo sviluppo del Sud e, dunque, anche della provincia di Lecce, rispetto alla quale va ricordato con forza che negli anni ’60-’80 dell’Ottocento era una delle più dinamiche ed internazionalizzate della nascente Italia. Un vero ed importante motore economico della nazione. C’è di più. La politica economica delle istituzioni pubbliche, soprattutto dell’ultimo sessantennio, se da un lato è alla base della pigrizia imprenditoriale, della marcata demotivazione della upper class leccese, nello stesso tempo, favorisce e ha favorito, là dove ha attecchito, lo sviluppo ed il rafforzamento delle industrie fornitrici di attrezzature, prevalentemente collocate al Nord. Sul fronte giovanile, invece, per quei giovani ovvero che fanno parte di famiglie meno integrate socialmente, con economie relazionali fragili e scarne, è anche più drammatica. La politica pubblica per loro sviluppo imprenditoriale si presenta veramente ridicola, rasenta il carnevalesco, quando non a volte pericolosa per gli stessi giovani, sovente ignari dei delicati meccanismi finanziari e affaristici, che gravitano attorno ai finanziamenti pubblici. Nella buona sostanza, rispetto ai giovani, a questo tipo di giovani, il cui unico futuro è in larga parte l’imprenditoria, l’apertura di piccole aziende le istituzioni pubbliche si presentano del tutto assenti o con una presenza lusinghiera e, allo stesso tempo, evanescente. Chissà perché!?

 

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