In tema di disoccupazione, occorre posizionarsi intellettualmente, oltre certi luoghi comuni e slogan politici, per avere un quadro più o meno attendibile del fenomeno e delle sue eventuali soluzioni.

Il fenomeno della disoccupazione, in questi ultimi anni, e cioè a partire dal 2009, ha assunto dimensioni importanti, ma non drammatiche. La storia della provincia di Lecce conosce in  merito, periodi ben più bui. Il suo attuale rafforzamento è dovuto in particolar modo alle recenti dinamiche economiche e sociali del mondo Occidentale, che in maniera inevitabile si ripercuotono nel leccese, per effetto della globalizzazione. Dalla fine del 2007, infatti, si è in presenza a livello mondiale, di una profonda riorganizzazione degli assetti economici e politici, da un lato, e dall’altro da una modificazione significativa degli stili di vita. Insomma, siamo nel bel mezzo di una crisi, che ancora deve trovare una soluzione, rispetto alla quale sicuramente, vi sarà una nuova geografia economica e sociale.
Visioni semplicistiche e, dunque, non aderenti alla realtà, si presentano, per gli interessati dal fenomeno, drammaticamente disorientanti, depotenziando le loro capacità di valutazione,  la loro proiezione sociale nonché la possibilità di realizzare concreti progetti di crescita, di  qualificazione e riqualificazione professionale e personale.
Ogni crisi, infatti, è solo un punto di svolta del sentiero evolutivo dell’economia e della vita sociale.

Ciò premesso, per avere un’idea chiara sul fenomeno della disoccupazione è opportuno porsi in una proiezione di lungo periodo, perché un’analisi puntuale che riguardi solo la situazione attuale, ne distorcerebbe la visione della vera natura, le sue dinamiche e le origini.
Nell’ultimo ventennio, va subito rimarcato, il numero dei disoccupati si è presentato alto e stabile. In particolare, il livello di disoccupazione si è aggirato, sulla base dei dati Istat, intorno alle 40.000/45.000 unità. Un livello, che è stato superato a metà degli anni ’90 e nel 2010, dove il valore ha raggiunto le 51.000 unità. Sicuramente, questo ritornerà ai livelli ordinari. E sono proprio questi livelli, quelli ordinari appunto, che è opportuno considerare, alfine di  individuare le soluzioni ad un problema che nella provincia di Lecce mostra connotazioni di tipo cronico e strutturale.
A tal proposito, occorre allargare gli orizzonti valutativi e considerare in primo luogo il livello di assorbimento del sistema economico leccese. Questo, valutato nell’arco di un ventennio, mostra decisamente una importante debolezza. Il livello di occupazione, dopo il 1990, si presenta, infatti, stabile e basso, molto basso. Fatta esclusione per il 2010, dove si registra una certa flessione rispetto alla normalità, questo ruota attorno alle 245.000 unità. Riprodotto in termini percentuali, per raffrontarlo con i valori medi nazionali, questo è pari a circa il 44% delle persone in età di lavoro. Un valore molto basso se si considera che a livello italiano questo ascende intorno al 60%.

Un’economia, quindi, quella leccese, che lascia a riposo una fetta importante della popolazione e delle risorse produttive. E sembra che da tale situazione non si possa uscire.
A tal proposito va detto e sottolineato che l’economia è fatta di persone. Non è un’entità astratta distante dai soggetti, ma, anzi, coincidono con i soggetti, con la loro mentalità, con i loro costumi, con la loro cultura. Un’economia che non gira equivale a dire una cultura che non è propensa all’attività produttiva.
Ed infatti, se si osservano i dati sul livello imprenditoriale, ci accorgeremmo che il leccese è pigro e privo di iniziative. E non c’è giustificazione che tiene se si considera che il tasso di imprenditorialità è tra i più bassi d’Italia. In altre parole, il numero di imprenditori, se raffrontati alla popolazione, è vistosamente insufficiente sia rispetto alle altre realtà pugliesi sia a livello nazionale.
A rafforzare ciò, va considerato che parimenti la popolazione leccese è tra le più ricche del meridione, circostanza che dovrebbe favorire l’iniziativa privata.
Mentre nella provincia di Lecce solo il 7,5% della popolazione svolge attività imprenditoriale, tale dato a livello nazionale raggiunge e supera il 10%. Ciò significa che se la provincia di Lecce avesse un livello imprenditoriale ordinario, non esisterebbe il dramma della disoccupazione. In molti troveranno che tali qualità della popolazione leccese potrebbero essere legate al livello di istruzione.
E non sbagliano, perché questo è al di sotto delle medie nazionali. Molto alto è il numero di chi possiede solo la terza media e basso è il numero dei laureati. Sulla base dei dati Istat, il numero delle persone che hanno un’istruzione ferma alla terza media è pari al 61% della popolazione, contro il 55% del valore nazionale. Con riferimento alla popolazione laureata, questa ancora in provincia di Lecce, è bassa e pari al 9%, mentre il dato nazionale si assesta all’11%.
Tutto ciò dovrebbe far riflette giovani e i meno giovani in considerazione solo del fatto che la società, e dunque anche quella salentina, si muove velocemente verso scenari di massima complessità e basati sull’iniziativa privata, dove oramai lo Stato presenta un arretramento vistoso nella gestione dell’economia.

 

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