In piazza Sant’Oronzo, a Lecce, alta si erge una colonna romana che, dal XVII secolo, funge da base per la statua del santo protettore. Un tempo, però, quella stessa colonna si ergeva sul porto di Brindisi, insieme ad un’altra analoga rimasta in sede, secondo l’opinione

più diffusa quale monumento terminale della via Appia, come ingresso alla città dal porto secondo un’altra. Tale testimonianza del passato romano in Puglia molto spesso diventa oggetto di contesa fra le due città, poiché con frequenza ciclica i Brindisini rivendicano il possesso della colonna, a loro avviso rubata dai Leccesi, anzi, il suo ritorno nella patria originale diventa programma delle forze politiche in vista delle consultazioni elettorali, suscitando l’indignazione dei protetti di Sant’Oronzo. A dire il vero, ho sempre pensato che tale futile argomentazione fosse solo un modo, da parte di ambedue le amministrazioni, di sviare l’attenzione di Brindisini e Leccesi da problematiche ben più importanti ed impellenti. Ma vediamo di capire come questa benedetta colonna sia passata da una città all’altra.
Secondo l’opinione più diffusa, e sicuramente leggendaria, colpita Brindisi dalla terribile epidemia di peste che nel XVII secolo devastò l’Europa, i suoi abitanti avrebbero chiesto l’intercessione del santo protettore dei Leccesi e, in segno di gratitudine per lo scampato pericolo, avrebbero donato la colonna. Un’altra teoria afferma che i Brindisini avrebbero ceduto il reperto in cambio di un sacco di lenticchie, con cui sfamarsi durante l’epidemia. Probabilmente lo scambio sarà avvenuto in seguito ad un aiuto umanitario, tuttavia occorre precisare che la suddetta colonna era a terra da più di un secolo, perché caduta in seguito ad un terremoto, senza che i Brindisini se ne curassero minimamente. I Leccesi la raccolsero, tranne una parte che ancora oggi si trova sul piedistallo originale, la restaurarono, fecero modificare allo Zimbalo il capitello, quindi vi posero sopra la statua del santo. Non dimentichiamo che all’epoca Lecce era il capoluogo della provincia, nonché la “Alea Neapolis”, l’altra Napoli, la seconda città del Regno.
Oggi i Brindisini la rivendicano ma i Leccesi non intendono lasciarla andare. Cosa fare?
Senza ricorrere a “Forum”, vediamo di analizzare il problema. È vero che nel corso dei secoli, in seguito a guerre, razzie, dominazioni, scambi, furti o altro, molte opere d’arte hanno cambiato proprietario. Per esempio Roma è piena di obelischi egiziani o etiopi, lo stesso Parigi, Londra ed Istanbul. A Berlino è conservato un prezioso busto della regina Nefertiti, mentre al Louvre, fra i tanti reperti esteri, figurano le elleniche “Nike di Samotracia” e “Venere di Milo”. Lasciamo perdere la Gioconda perché Leonardo morì in Francia, lasciandola lì. Sull’Inghilterra, poi, meglio tralasciare. Bari dovrebbe come minimo restituire a Mira le spoglia di San Nicola, mentre tutte le reliquie della Santa Croce o le miriadi di spine della corona, disseminate in tante cattedrali mondiali, dovrebbero rientrare a Gerusalemme, come anche la Sacra Sindone. Per non parlare poi del tesoro che i Galli rubarono nel tempio di Delfi e che secondo una leggenda giace in fondo ad un lago sui Pirenei, protetto da un incantesimo operato dai Druidi. Bisognerebbe “disincantesimizzarlo” (nuovo vocabolo appena coniato dal sottoscritto), prelevarlo, quindi restituirlo al governo greco. Più complicata sarebbe la faccenda relativa alla Menorah, il candeliere a sette braccia del tempio di Salomone, prima rubato dai Romani, poi trafugato anche a questi dai Visigoti. L’amministrazione della capitale dovrebbe, in primis, intentare una causa contro gli Spagnoli, eredi dei Visigoti, quindi, una volta entrata in possesso dell’oggetto e di tutto il resto del tesoro, subire una causa da parte dello Stato di Israele …
Si tratta di situazioni realmente complicate, non conviene avviare questo mercato di restituzioni in un periodo di crisi economica come quello attuale. Tuttavia, una soluzione alla questione colonna vorrei proporla in questa sede. Se i Brindisini ci tengono tanto a riaverla, ridiamogliela, a patto che ci vengano retribuiti tutti i lavori di manutenzione, restauro, trasporto, etc., con relativo interesse ai vigenti tassi, sostenuti in tutti questi secoli. Per Sant’Oronzo si può sempre trovare un’altra collocazione dignitosa ma, finalmente, le casse perennemente vuote dell’amministrazione leccese traboccherebbero di milioni di euro … Intanto, chiunque sia in possesso del tesoro dei Templari, è pregato di restituirmelo alla svelta. Grazie.

Cosimo Enrico Marseglia