Di cosa ha bisogno un neonato? Di cibo, di cure, di sonno, di protezione e …..di tanto contatto fisico! Proviamo ad immaginare cosa prova un bambino appena nato. Ha trascorso nove mesi nella pancia di sua madre, in un ambiente costantemente caldo, avvolgente, accarezzato dalle pareti uterina, cullato e coccolato dai movimenti materni, mosso da una danza continua generata dai gesti quotidiani di sua madre.

Immaginiamoci al posto di questo bambino dopo la sua nascita:durante il travaglio le contrazioni lo massaggiano per ore, attraversa  il canale da parto e i suoi polmoni ricevono quella sana compressione che li preparerà agli atti respiratori, la sua pelle è continuamente stimolata … e poi?
E poi  molto spesso c’è il vuoto.  Avendo timore che il bimbo “SI VIZI”, si ha spesso l’abitudine di lasciarlo solo nella culletta, di non rispondere ai suoi pianti, pensando che se ha mangiato, è stato cambiato, coperto e piange lo faccia per puro capriccio.
Dopo la nascita ogni neonato  si aspetta di ritrovare quello che ha vissuto nell’ambiente intrauterino: il contatto continuo con la mamma, il dondolio dei suoi movimenti, il massaggio costante della pelle, l’alimentazione continua come quando era nutrito  attraverso la placenta.
Se questi suoi bisogni vengono assecondati, nel bimbo si creerà una fiducia di base, sentirà di poter contare sui suoi genitori, di potersi fidare DEL MONDO, perché c’è chi risponde al suo richiamo.
Il cervello del bambino è programmato da migliaia di anni per stare a contatto con la madre, quando si viveva nelle foreste, si sono salvati i neonati che hanno saputo piangere più forte e avvertire la propria madre della presenza dei predatori pronti a sbranarli.
Il pianto è dettato dall’istinto di sopravvivenza, ma non solo. Il pianto è l’unico mezzo che il bambino ha per comunicare i suoi bisogni e se questi vengono assecondati, crescerà più fiducioso e più sicuro e saprà trasmettere tutto questo agli altri. Porterà nel mondo la stessa disponibilità che ha ricevuto.
Da tempi antichissimi esiste la necessità di avere degli ausili che permettano il contatto continuo con i neonati e che contemporaneamente non limitino le mamme nello svolgere qualsiasi attività quotidiana.
E da tempi antichissimi la maniera più comoda e più bella per ottenere tutto questo è l’utilizzo delle fasce porta bebè: delle lunghe strisce di stoffa che, con delle legature particolari, permettono di tenere i bambini costantemente a contatto.
Andate in disuso nella nostra cultura stanno ricominciando a trovare il favore delle mamme attuali.
Il dottor Lorenzo Braibanti, nel suo libro “Parto e nascita senza violenza”, ci dice che la gestazione umana non comprende solo i 9 mesi intrauterini, ma anche i nove mesi successivi alla nascita che lui definisce di ESOGESTAZIONE.
Da quando camminiamo in stazione eretta, infatti il bacino umano ha subito delle modificazioni che non permettono più di partorire dei cuccioli che abbiano completato lo sviluppo cerebrale. Il cervello umano completa il suo sviluppo nei nove mesi di esogestazione.
Il cucciolo umano, quindi, a differenza dei cuccioli degli altri mammiferi diventa autonomo più tardi e richiede molto più a lungo le nostre cure.
E allora nessun senso di colpa se l’istinto che proviamo quando i nostri bimbi piangono è quello di prenderli in braccio, se la nostra natura di mamme e di genitori ci suggerisce di tenerli in braccio con fasce o senza fasce. Il contatto oltre a far bene ai bambini fa anche molto bene ai genitori, rafforza le loro competenze e getta le basi per la relazione.